blog di luciano

Contro l'oblio

"Nous plaçons régulièrement la classe politique sous le plancher de la cave dans notre estime collective, et au bout du compte, nous allons tout de même courir la réélire".
Così ha scritto argutamente il giornalista québécois Jean Dion, descrivendo un fenomeno che lascia stupefatto anche chi, come chi vi scrive, pratica la politica da molti anni e si considera del mestiere. 
Esiste da sempre, prima prevalentemente nei bar e oggi nella loro versione elettronica che sono in parte i social network, una logica da "tiro a segno", che si è trasformata in una gragnuola di colpi verso i politici, che sembra poi destinata a sparire quando si viene al dunque.
Non incito, in una chiave che suonerebbe autolesionista, alla rivoluzione con ghigliottina conseguente, ma osservo che esiste davvero una schizofrenia che attraversa la storia della Repubblica e pure, nel piccolo, quella della nostra Regione autonoma. Basta guardare e studiare i curricula e certi andamenti elettorali che mostrano andamenti sospetti.
Se è vero, infatti, quel che diceva il rimpianto comico francese Coluche e cioè che "le plus dur pour les hommes politiques, c'est d'avoir la mémoire qu'il faut pour se souvenir de ce qu'il ne faut pas dire", è altrettanto vero che - almeno alle nostre latitudini - la memoria difetta anche in certi elettori (parlo dei voti "puliti" non di quelli "comprati" a vario titolo), che sembrano essere i primi a vivere in una sorta di oblio fatto di impunità e perdonismo, che spinge l'eletto già "macchiato" alla reiterazione.
Questo ci obbliga ad interrogarci attorno alla democrazia, quando diventa compravendita del dare-avere o, peggio ancora, esercizio di voto distratto, basato su sensazioni e simpatie e non su meccanismi di scelta ragionevoli e motivati. Bisogna prenderne atto senza drammatizzarne le conseguenze.
Ma questo presuppone poi, certo in chi se l'è cercata, di evitare il mugugno, termine onomatopeico di origine genovese derivato da chi si lamenta rumorosamente.
Concludo, tuttavia, con ottimismo: noto che sempre più alla lamentazione si sostituisce la consapevolezza, che è un passo avanti.

Il dialogo con il Governo Monti

Luis Durnwalder insieme a Mario MontiA leggere le rispettive testate giornalistiche, le altre Regioni autonome del Nord - Trentino-Alto Adige (con le due Province autonome di Trento e Bolzano) e il Friuli-Venezia Giulia - hanno avviato un dialogo con il Governo Monti con appositi incontri, svoltisi direttamente con il Presidente del Consiglio, Mario Monti, a Palazzo Chigi a Roma.
Il Presidente sudtirolese, Luis Durnwalder, ha così commentato gli esiti: «un incontro cordiale, obiettivo e soprattutto utile per la futura anche perché eravamo venuti a Roma non per chiedere privilegi ma il rispetto dello Statuto: il dialogo tra le autonomie e lo Stato va attivato non attraverso i ricorsi e le impugnazioni, ma sulla base degli accordi sottoscritti. Il Presidente Monti ci ha assicurato che nessuno vuole toccare le prerogative riconosciute all'autonomia e noi abbiamo ribadito che faremo la nostra parte secondo il principio di responsabilità, in base alle regole dell'autonomia e a criteri di equità».
Con lui anche il Presidente trentino Lorenzo Dellai, che si è espresso in questo modo: «abbiamo avviato oggi con il presidente del Consiglio Mario Monti ed il ministro Piero Giarda un dialogo che porterà nelle prossime settimane alla definizione di un accordo sui rapporti istituzionali e finanziari fra lo Stato e le Province autonome di Trento e Bolzano. Il giudizio sull'incontro di stamani è positivo; abbiamo registrato l'impegno del presidente Monti a rispettare il particolare ordinamento istituzionale delle Province autonome, naturalmente nel quadro di un momento molto delicato per il Paese, testimoniando a nostra volta la volontà di continuare, come già in passato, a concorrere al risanamento delle finanze nazionali ed in generale a dare il nostro concreto apporto all'azione riformatrice avviata dal Governo».
Il secondo incontro a Palazzo Chigi ha riguardato il Presidente del Friuli-Venezia Giulia, Renzo Tondo, di cui propongo la dichiarazione: «ho potuto illustrare a Monti le nostre ragioni e ho trovato attenzione per i nostri problemi. Sono fiducioso perché, pur nelle serie difficoltà che vive il Paese, abbiamo avviato un percorso per giungere a soluzioni che tengano conto della specialità e della particolarità del Friuli Venezia Giulia».
E' un peccato che le speciali più colpite dai provvedimenti governativi, in una serie negativa fra Governo Berlusconi e poi Governo Monti, non abbiano fatto fronte comune, pur nelle diversità presenti nei rispettivi Statuti. Ora e comunque è altrettanto importante che la Valle d'Aosta non resti un passo indietro.

Tocca parlarne

Claudio Lavoyer, assessore regionale al bilancioLeggo i giornali e mi dico: «ma davvero si può non scrivere delle vicende della politica?» Purtroppo non si può, perché parrebbe omissivo.
Mi riferisco al "caso Lavoyer", che non è un cittadino qualunque ma l'assessore alle Finanze della nostra Regione.
Un posto strategico anche per i rapporti con il mondo creditizio, in breve le banche. L'assessore è stato tirato in mezzo alla storia di un'ispezione alla "Bcc", durante la quale - dagli estratti letti, ma ci sono tanti "omissis" - sarebbero state riscontrate irregolarità "bancarie", perché questo è il ruolo della "Banca d'Italia", che avrebbero portato a sanzioni verso gli amministratori del Credito cooperativo.
La mia posizione, che non è un pettegolezzo, ma che ho espresso nel Gruppo dell'Union Valdôtaine, è che io non considero valida l'idea, in questo caso, che esista una scissione fra pubblico e privato. Anzi, penso che sia interesse di tutti - vista la scarsa popolarità della classe politica e non gradendo l'idea che si faccia "di ogni erba un fascio" - avere quegli elementi che permettano di capire che cosa sia avvenuto. L'assessore sostiene di non vedere ragioni per lasciare il suo posto ed è una posizione soggettiva rispettabile, il presidente della Regione - che sceglie gli assessori che sono legati a lui da un vincolo di fiducia - dovrà vedere se il legame fiduciario resta saldo, i "consiglieri regionali semplici", come chi vi scrive, devono essere messi nelle condizioni di capire le conseguenze sui risvolti politici e amministrativi della vicenda.
Io non sono un magistrato per cui mai mi permetterei di essere "innocentista" o "colpevolista" per aspetti che riguardano altri poteri dello Stato che si stanno occupando del caso, ma trovo che - senza scomodare la celebre e abusata frase che recita "La moglie di Cesare dev'essere al di sopra di ogni sospetto" - sia legittimo capire per formarsi un'opinione che non sia basata solo sulla logica del tutto legittima dell'autodifesa.

Quel nuovo marchio

Il nuovo 'brand' di CourmayeurCapisco che una caratteristica perniciosa del mio carattere è quella di essere o forse di apparire "criticone", che non è apprezzabile per chi faccia politica, dove la sincerità non è premiata, come dimostrato dalla presenza di falsi "piacioni" che dicono solo quel che uno vuole sentirsi dire, pensando magari il contrario.
Mi riferisco in questo caso al nuovo "marchio" di Courmayeur, presentato in queste ore. Avevo letto che Roberto Locatelli, presidente di "Plus Communications", società autrice del lavoro,  aveva fatto questa dichiarazione all'Ansa regionale: «Il nostro compito è di riposizionare il brand di Courmayeur e costruire un immaginario su cui puntare. Innanzitutto è stato necessario stabilire i valori del marchio per poi rappresentarlo al meglio. Il logo - una corona stilizzata in blu e oro - è accompagnato dal titolo "Courmayeur, Bianco italiano" per ribadire l'attenzione all'aspetto di italianità del prodotto e dal pay off "The sunny side" per un approccio di trasferimento internazionale con attenzione allo sport e al divertimento».
Io non capisco niente di comunicazione e mi inchino allo slogan anglofono (tradotto sarebbe "il lato al sole") che in un mondo globalizzato ci sta, ma - come valdostano ed europeista - la mia prima reazione era stata quella di pensare che si vanificava il lavoro di anni, confortato dalla filosofia a suo tempo indicata da un importante frequentatore di Courmayeur, Giuseppe De Rita, che aveva ben espresso il concetto della Valle d'Aosta come "isola" in cui il turista si sente "fuori" dai confini. "A caldo" mi pareva che quelle nostre caratteristiche "particolari" venissero alla fine uniformate al concerto assai insidioso di "italianità".
Radici corte, in uno Stato unitario che ho solo 150 anni, mentre la storia del Monte Bianco è ben più profonda e ci riflettevo - lo spiego se mai fosse necessario - non una visione ideologica di contrapposizione fra Italia e Valle d'Aosta. Ma il "Bianco italiano" mi pareva diventare una rappresentazione contraddittoria di una logica, ben visibile nell'"Espace Mont-Blanc" di una montagna comune senza confini e che ormai bisogna promuovere assieme sui mercati più complessi. 
La visione del nuovo marchio mi ha, alla fine, spento la vis polemica, visto che la dizione "Mont Blanc", pur senza il trattino, resta. Per cui il "fil rouge" transfrontaliero è intatto e garantisce continuità.
E consente di ricordare anche nell'occasione che andrebbe ripreso con i francesi - senza sciovinismo ma per amor di verità - un discorso già qui evocato e ormai sancito persino da "Google Maps". Come di recente evocato anche da un'interrogazione al Parlamento europeo che ha chiesto lumi alla Connissione europea, in barba ai trattati internazionali, la République si è impossessata, con la sua cartografia ufficiale, della cime della montagna più alta d'Europa, che in realtà dovrebbe essere lo spartiacque e dunque equamente divisa a metà.
Osservazione per condividere non per rivendicare.

Olimpiadi? No, grazie

L'arco olimpico di TorinoSe l'Italia fosse un Paese normale, nessuno penserebbe seriamente, con questi chiari di luna, a candidare Roma per le Olimpiadi del 2020.
La crisi economico-finanziaria è sufficiente, al di là delle molte altre considerazioni possibili, per dire che oggi mettere le risorse nel "superfluo" sarebbe una scelta eccentrica. I "tagli" pesanti al sistema del Welfare nel nome del rigore sarebbero difficili da spiegare con tutto quello che servirebbe in termini di investimento per dare una credibilità alla candidatura di una città sempre più scalcinata come Roma. 
Oltretutto, mentre le "speciali" restano ormai considerate come delle galline da spennare senza tanti complimenti (a proposito: ma Mario Monti la Valle d'Aosta non la riceve?) e con un vero e proprio accanimento, Roma Capitale ha avuto regalie di vario genere con il federalismo fiscale, scelta di cui bisogna in parte ringraziare la Lega del celebre «Roma ladrona».
Poi, come sempre, bisogna intendersi sullo schieramento di quelli "a favore" dei Giochi Olimpici, che sbandierano tra l'altro studi fatti da fior di economisti nell'intento ovvio di «chiedere all'oste se il vino è buono». Ci sono, infatti fior di persone in buona fede che considerano questa "vetrina" come importante per l'Italia e per lo sport italiano e ce ne sono molti altri che sono attirati come le mosche da "grandi eventi" e "grandi opere" - tutto il mondo è paese - nella convinzione che ci sia "ciccia" da spartire.
Non è neanche il caso di perdere tempo e di indicare il caso di scuola di Atene e di altre città olimpiche per ribadire che, comunque sia, si tratta di un'operazione azzardata dal punto di vista economico e pure si può dubitare di una loro reale utilità promozionale. 
Consentitemi, per una volta, di risparmiarvi il pistolotto sulle Olimpiadi fortunatamente scampate dalla Valle d'Aosta, visto la piega che aveva preso la candidatura. Per altro è un passato denso di ammonimenti anche sul presente.

Dietro i problemi della disoccupazione

Pericolosamente alti i livelli di disoccupazioneLa disoccupazione è una brutta bestia, che sta alzando la testa in questi tempi di crisi e anche in Valle, dove le percentuali restano inferiori alla media italiana (ma il Sud, come sappiamo, è per questo "piombo nelle ali"), la crescita è preoccupante.
Conosco e talvolta io stesso ho adoperato il luogo comune: il lavoro c'è - pensiamo al settore agricolo e a quello turistico-alberghiero - ma, essendo che «lavorare stanca», molto spesso i disoccupati hanno in testa una «loro occupazione» e dunque non sono realmente disponibili ad adattarsi. Questo può essere vero in alcuni casi ma non bisogna banalizzare il problema.
Chiunque faccia politica da tempo, pur nella mutevolezza delle responsabilità e non si occupa del problema con un approccio clientelare sfacciato e avvilente, sa bene che esiste anche in Valle una varietà di casi che rendono la questione assai delicata.
Penso ai giovani che hanno studiato a lungo e stentano a trovare un'occupazione stabile, mi riferisco alle persone che oltre ad una certa età non riescono a trovare un posto, ricordo categorie che dovrebbero essere "protette" ma non lo sono sempre come i disabili, esistono casi di "nuova povertà" come avviene - da entrambi i lati - nel caso di molte separazioni. Potrei continuare ad elencare "nicchie" che evidenziano non solo la varietà dei singoli casi umani, di cui le percentuali non danno conto, ma anche l'incidenza sociale che la disoccupazione crea - con il bagaglio di problemi e insicurezze che genera - in un mondo in cui spesso la giusta flessibilità contrattuale del lavoro maschera fenomeni di precarizzazione. E purtroppo, anche da noi, l'incertezza e l'apprensione per contratti a termine di vario genere mette in scacco progetti di vita.
Ho sempre ritenuto quello del lavoro un problema capitale, specie in una comunità piccola come la nostra, che non non può permettersi di sprecare risorse umane e slabrare la civile convivenza creando sacche di dolore. So che non è facile, essendomi occupato delle politiche del lavoro, perché far corrispondere bene domanda e offerta è un puzzle talvolta improbo, comprendendo processi non sempre semplici di scolarità e formazione.
Ma quando un'emergenza scoppia è bene affrontarla.

Lo stupore per il freddo

Freddo ad AostaA leggere i bollettini meteo dei giorni scorsi, il Nord Ovest doveva essere investito da nevicate da tregenda. È vero che è nevicato a bassa quota in pianura (una volta l'unica ad essere definita "padana"), ma siamo di fronte alla normalità del clima continentale, che comprende anche l'inverno con le sue caratteristiche.
Il Polo Nord resta altra cosa, ma si può star certi che le annunciate bufere hanno di certo spinto le persone a non muoversi e chissà che un giorno o l'altro i valdostani che lavorano nel turismo non decideranno una "class action" contro i danni derivanti da annunci allarmistici che bloccano anche i più ardimentosi. E gli albergatori aostani sanno che le previsioni hanno colpito anche la "Foire" con una serie di disdette di persone preoccupate.
Ora siamo di fronte ad una nuova sceneggiata che crea apprensione: il freddo siberiano per colpa dell'aria gelida di un vento che arriva dagli Urali, il "buran" (definizione degna del miglior Fantozzi), che ci dovrebbe congelare come non capitava da ventisette anni!
Si incominciano, intanto, ad elencare, con una logica terroristica, i morti di freddo nel resto d'Europa. Mentre i giornali pubblicano "decaloghi per sopravvivere sotto zero" nel fine settimana, compreso il consiglio - mi pare disatteso alla "Veillà" - di non bere alcolici. Roba, comunque sia, da spaventare anche il più resistente al freddo (segnalo il collega "Rai" Roberto Mirteto, noto per restare in maniche di camicia anche con temperature gelide).
Speriamo che arrivi questo gelo e non ci si trovi con l'ennesimo "effetto annuncio" che allontana i turisti, spaventati di restare congelati come spaventapasseri, sulle nostre piste di sci.

Ancora su Sant'Orso

L'interno del padiglione enogastronomico della Fiera di Sant'OrsoPer la "Fiera di Sant'Orso", attestata ad inizio settimana, ma con uno scivolamento più rapido verso l'agognato fine settimana grazie a quest'anno bisestile che anticiperà al 2015 il ritorno di un sabato, i conti sono molto diversi senza le folle assicurate da un giorno di vacanza. Ieri qualche commerciante e alcuni espositori mi hanno fatto i loro conti e spiegato il confronto per gli incassi e siamo di fronte ad una differenza abissale.
D'altra parte mi pare che tutti resistano alla tentazione di chiedere di attestare la Foire in una data diversa, mantenendo il Santo dov'è ma scegliendo prosaicamente di coltivare il business in giornate festive, per dare la caccia al turista e avere più valdostani in visita.
Probabilmente, alla fine, questo alternarsi di "edizioni monstre" e di edizioni un po' ridotte viene vissuto senza drammi in una logica fisiologica e la Foire più "intima" ha il vantaggio di essere più vivibile, potendo guardare i "pezzi" sui banchi senza la sgradevole sensazione di essere su una metropolitana all'ora di punta (non mi riferisco al "people mover" di Aosta perché pare definitivamente e fortunatamente... sepolto).
Chiudo con un'impressione: mentre il gigantismo della Fiera appare ormai assestato con il suo migliaio di espositori (guardate stasera su "RaiVd'A" le immagini in bianco e nero delle "piccole" Sant'Orso del passato e ne sarete stupiti), il vero elemento nuovo è nel padiglione dei prodotti alimentari del territorio in piazza Plouves, da cui si evince che il grande boom in questi anni deriva dal moltiplicarsi di piccole aziende che coprono una gamma sempre più vasta di prodotti tipici. E' un segno di vitalità degno di nota.

Sant'Orso 1012

La folla nella prima giornata della 'Foire'Chissà quali meccanismi di sicurezza ci portano sempre a guardare al presente solo ed esclusivamente collegato ad un lungo passato. Come se fossimo insicuri del presente e, mai come oggi, della sua stabilità.
Così per la "Fiera": 1012esima edizione è un numero che fa impressione, anche se sappiamo bene che è  una numerazione convenzionale e certamente arbitraria.
Mille anni di storia saranno un pezzettino nella storia ancora più lunga della nostra comunità, ma sono secoli che ci hanno portati in una cavalcata sempre più veloce dal Basso Medioevo ad oggi, concentrando cambiamenti incredibili.
Per dire, però, che se il riferimento, plasmato nella ricerca di illustri radici si gioca nel riferimento con le fiere medioevali e nelle gesta di quel santo taumaturgo che fu Orso (ha fatto bene il grande esperto d'artigianato tradizionale, Carlo Jans, a ricordare di recente che non va ritratto come vescovo, perché non lo era mai stato!), bisogna dirsi però la verità. E quella ci dice che la "Foire", nella versione attuale, è figlia dell'autonomia speciale e del benessere che ci ha portato. E anche di un'arte popolare pian piano distaccatasi dai modelli più strettamente legati al mondo rurale.
In questo momento, magari guardando alla grande idea di Emiro Marcoz "Veillà di petchou" (in cui ho avuto anch'io un ruolo promotore), che si svolge nella piazzetta di via Vevey con un sacco di bimbi alla scoperta della "Sant'Orso", viene in mente la frase di Louis Aragon: «j'ai réinventé le passé pour voir la beauté de l'avenir».
Non priviamoci mai della necessità di guardare al futuro con speranza, perché nessuno ha il diritto di farlo.

Si è spento Scalfaro

Io con Oscar Luigi Scalfaro quando era Presidente della RepubblicaSe ne va un altro protagonista della politica italiana del dopoguerra, Oscar Luigi Scalfaro, che ho conosciuto bene da deputato. Nel 1992 lo votai come Presidente della Camera e poco dopo, nel terribile momento di attentati della mafia, come Presidente della Repubblica.
Per questo nei sette anni successivi ebbi modo in molte occasioni di incontrarlo al Quirinale e devo dire che furono sempre colloqui (ad esempio per le consultazioni ufficiali nel delicato periodo di "Tangentopoli") o incontri vari di grande interesse.
Scalfaro, da novarese, scherzava con noi valdostani sul fatto che il Monte Rosa fosse la "sua montagna". Con me aveva un atteggiamento paterno e affettuoso, di cui gli sono grato, perché non dispensava con facilità la sua stima. Ricordo che si divertiva molto a farsi raccontare il "dietro le quinte" delle vicende di Montecitorio non risparmiando le sue battute caustiche su chi non apprezzava.
Grande oratore, lo ricordo come uno dei pochi politici italiani in grado si affrontare un pubblico con interventi "a braccio" di grande efficacia. Politicamente era passato da posizioni conservatrici nella destra democristiana ad uno schieramento antiberlusconiano certamente più "liberal", ma senza toccare quella sua religiosità tradizionalista.
Un giorno, dai documenti, capiremo se davvero nel celebre "affaire Casino", che colpì Saint-Vincent e decapitò la politica valdostana all'inizio degli anni Ottanta, ci fosse stato o meno, come si diceva allora, il suo zampino quale Ministro dell'Interno.

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