Senza intesa niente riforma
Ogni tanto, direi con una periodicità che assomiglia all'uccellino che esce dall'orologio a cucù, emerge il tema della riforma dello Statuto d'Autonomia.
Poiché le riforme più sostanziose le ho proposte o seguite personalmente, quando ero alla Camera, nell'arco fra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Duemila, credo di potermi esprimere sul tema. Per altro, aggiungerei che la stessa Convenzione che "ci ha provato" nella scorsa Legislatura è maturata sulla base di un'idea che riecheggiava il percorso del "Trattato costituzionale europeo", che avevo seguito da vicino quando ero a Bruxelles.
Ebbene, più il tempo passa, e più il punto diventa la necessità di scrivere nell'articolo 116 della Costituzione, che fonda l'Autonomia Speciale, il principio dell'intesa. In soldoni: se domani il Consiglio vota un proprio Statuto che diventa proposta di legge costituzionale in Parlamento va evitato che nel passaggio alle Camere, a colpi di emendamento, si modifichi il contenuto della proposta stessa senza un accordo vero e proprio della nostra Valle.
Evitando la lunga cronistoria della questione, fra promesse e proposte, resta il fatto che ormai parlare di riforme, senza questa rete di protezione, diventa più un rischio che una necessità.
- luciano's blog
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Commenti
Rete di protezione...
E provare a conquistare anche una piccola garanzia internazionale lo ritieni possibile?
Magari non facilmente ed immediatamente ma col necessario lavoro diplomatico. Utopia?
Mi sembra...
che la forma di Autonomia, raggiunta con l'abbraccio totale dell'allora novella Italia, impedisca forme di "tutela" come per l'Alto Adige.
Ma Luciano può spiegare meglio...
Il tema è stimolante...
La "garanzia internazionale" è stato il cavallo di battaglia dell'Union Valdôtaine nel dopoguerra, come dimostrato anche dalla presenza a Parigi di mio zio Severino nel tentativo di trovare un Paese che ci aiutasse al tavolo che discuteva del Trattato di pace a chiusura della seconda Guerra mondiale.
Mentre l'Austria impose una soluzione di garanzia, fatta poi valere addirittura alle Nazioni Unite quando l'Italia nicchiava sull'applicazione dello Statuto d'Autonomia, noi non trovammo nessuno che se ne occupasse. I francesi ci abbandonarono per le pressioni americane e soprattutto inglesi.
Per cui niente "garanzia internazionale": in soldoni, nella mia esperienza, questo ha voluto dire che, ad esempio, quando i miei colleghi sudtirolesi in Parlamento vedevano avanzare qualche nuvolone nero sui loro diritti filavano a cena dall'ambasciatore austriaco a Roma e l'indomani Vienna interveniva su Roma, ricordando la garanzia che ha consentito alla minoranza tedesca del Tirolo del Sud di avere le spalle coperte.
Oggi questo scenario, frutto della storia con le sue complessità, non è più ricostruibile. Credo semmai che oggi - e così ho agito al Parlamento europeo, ottenendo risposte interessanti dalla Commissione - la "garanzia internazionale" esista nella misura in cui i Trattati riconoscono come valore fondante - e lo si è visto con l'allargamento dell'Unione europea - il principio di tutela delle minoranze linguistiche.
Questo vuol dire che se domani togliessero ai valdostani alcuni capisaldi della nostra autonomia - e non mi riferisco ai "buoni carburante" caduti sotto al scure proprio dell'Europa - ci troveremmo nella necessità di trovare gli strumenti giuridici o le alleanze per ricorrere all'Unione o anche, pur essendo altra cosa, alle massime istanze del Consiglio d'Europa, che ha fatto della tutela delle minoranze una propria bandiera.