È sempre molto difficile distinguere cosa ci sia, nella attività politica nelle sue varie forme, di materiale e immateriale. Una legge, una delibera di Giunta, una trattativa politica passano sempre da un piano teorico a qualcosa di concreto.
Ci pensavo rispetto ad un anniversario: i 20 anni dalla inaugurazione del Forte di Bard, dopo la sua gigantesca ristrutturazione.
Al decennale - e non per dimenticanza ma per scelta politica - non venni invitato, questa volta lo sono stato e mi fa piacere, essendomi nel tempo occupato del dossier con la gioia di essere il Presidente della Giunta che tagliò il nastro (non dimenticando chi si era occupato del progetto).
Il Forte è un simbolo importante: un segno distintivo in una zona già significativo nel passato più remoto, che diventò nel tempo con le costruzioni militari una chiave bidirezionale di regolazione degli accessi, da una parte come ingresso della Valle, dall’altra come barriera verso la pianura. Tenendo conto naturalmente del ruolo strategico dei nostri Colli storici, così essenziali nel flusso attraverso le Alpi.
La Storia e la Leggenda hanno reso il Forte un protagonista e questo ultimo capitolo in corso, dismettendo una macchina da guerra diventata culla delle Cultura, oltretutto con importanti risorse europea, mi sembra davvero un caso in cui tanti elementi immateriali servono per un luogo fisico, che deve propagare il Sapere e diventare sempre più luogo di aggregazione e di sviluppo del territorio. Uno dei tanti biglietti da visita, aperti ed inclusivi, delle profonde radici valdostane. secondo epoche e circostanze.
Quando ero bambino, il Forte era un luogo quasi misterioso. Si sapeva che era una polveriera e che l’evoluzione delle tecniche militari lo aveva trasformato in una specie di gigante dormiente.
Da giovane giornalista - cambio epoca - mi trovai dalla fine degli anni Settanta a seguire il Consiglio Valle e tornava spesso all'ordine del giorno la questione della cessione del bene alla Regione Valle d'Aosta, visto che nel 1975 i militari lo avevano lasciato ed il degrado aveva cominciato a manifestarsi con grande rapidità. Un punto di riferimento era a quel tempo il politico democristiano, Antonio Gullotti, che veniva in Valle perché la moglie era originaria di Roisan. Nella sua veste di Ministro dei Beni Culturali fece rifare una parte dei tetti in losa della costruzione proprio nel periodo in cui divenni deputato e me ne occupai.
Tre anni dopo, nel 1990, riuscii nell'intento di far trasferire il bene alla nostra Regione e da lì partì l'avventura della progettazione del nuovo utilizzo con lavori imponenti. Tutto nasceva dalla Politica regionale europea che la Valle d'Aosta seppe sfruttare, intervento su di una struttura impressionante.
Ricordo le cifre nude e crude: 14.467 metri quadrati di superficie; 3.600 metri quadrati di aree espositive; 2.036 metri quadrati di cortili interni; 9.000 metri quadrati di tetto; 283 locali, 385 porte, 296 feritoie, 806 gradini; oltre 500 maestranze coinvolte; 153.737 metri cubi di terreno rimosso; 112.705 metri di cavi elettrici.
Ricordo di quei primi tempi, in cui si concepivano musei ed altre strutture, un aneddoto: quando convinsi il capoprogetto, l’instancabile Paolo Giunti, a visitare "Futuroscope" a Poitiers, nel cuore della Francia, perché si trattava, pur essendo un parco di divertimenti, di apprezzare quelle nuove tecnologie, oggi affermatissime, che svecchiavano l'approccio per così dire analogico con le allora nuove e ancora balbettanti frontiere digitali.
Da parlamentare europeo portai diversi colleghi a vedere l'esito dei lavori e tutti lo considerarono un risultato straordinario con il fondamentale contributo dell'Unione europea. Ciò si rafforzò da presidente della Commissione del Parlamento europeo proprio nella materia della Politica regionale, vedendo l'erba dalla sue radici con tutti i problemi di questi aiuti comunitari.
Già allora il tema della semplificazione, specie in rendicontazioni e controlli, era un punto importante. Quando ebbi, nel ritorno alla politica locale, la responsabilità degli Affari europei come assessore, seguii le evoluzioni del progetto.
Poi, come ricordavo, da Presidente della Regione, infine, ebbi l'onore di inaugurare il Forte e me ne sono occupato successivamente in altre occasioni, cercando sempre di valorizzare il messaggio di fondo, cioè quello di una costruzione che diventa un cenacolo di cultura e svago.
Senza mai dimenticare - pur nell’insieme di proposte varie per confermare il grande successo di pubblico registrato nel tempo - la missione importante, quella di essere luogo di confronto e di dibattito sul futuro della Montagna.
Molto denaro è stato speso e si spende ancora per questo Forte e sono soldi che rappresentano un investimento importante da garantire nel tempo.
Ricordo che il Forte di Bard - nella vecchia costruzione di origine medioevale - bloccò per parecchi giorni la discesa verso la pianura di Napoleone Bonaparte e il suo esercito nel maggio 1800 (durante la Seconda Campagna d'Italia) grazie a una combinazione di una posizione geografica eccezionale, la strenua resistenza della guarnigione austro-piemontese e al fatto che rappresentava l'unico vero sbarramento obbligatorio per l'artiglieria pesante, necessaria per la battaglia.
Napoleone fece distruggere per stizza il ”vilain castel” e solo trent’anni dopo rinacque la fortezza come la conosciamo ora, rinata poi nell’attuale utilizzo.
Mi piacerebbe vedere che faccia farebbe Napoleone, redivivo per un momento, visitando l’attuale costruzione. Immagino un suo “Parbleu!”.
Ricordo che Napoleone non era solo l’uomo delle battaglie e del Codice Civile: era un intellettuale autodidatta, un lettore onnivoro con una memoria prodigiosa, che traeva ispirazione costante dai libri per la sua azione politica e militare.