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25 gen 2026

Ogni generazione ha la sua musica

di Luciano Caveri

Sono piuttosto stonato, ma questo non mi ha mai impedito di canticchiare.

Le volte in cui mi sono trovato a fare karaoke il mio solo cavallo di battaglia è stato ”Sapore di sale” e ho pure scherzosamente chiesto scusa a Gino Paoli, quando siamo stati colleghi alla Camera dei deputati e gli raccontai quanto amassi questa sua canzone.

Ogni tanto quelli della mia generazione, ma attenzione che vale per le generazioni precedenti e per quelle che verranno, segnalano l’enormità dei cambiamenti dei gusti musicali. Come tutto, direi che le accelerazioni sono state impressionanti e questo diventa un refrain caratteristico.

Mi riferisco a certa incomprensione per quanto arriva di nuovo e, per contro, ad una pervicace nostalgia per quanto ha segnato la nostra epoca.

Due esempi per chiarire il discorso.

Il primo riguarda il quotidiano braccio di ferro con mio figlio, quello adolescente, che è imbevuto di generi che stento a digerire e non vi dico le liti in auto assieme sul sottofondo musicale con polemiche al calor bianco.

Penso a rap e trap, che il pargolo ascolta in italiano, inglese e francese a volume spaccatimpani con artisti che mescolano testi crudi, flow melodici, influenze internazionali (soprattutto americane) e sonorità urban. Uso il termine artisti in linea con certa polemica intergenerazionale sul fatto che molti di loro - a mio modesto avviso - non sanno cantare.

Specie chi usa l’auto-tune, che aiuta anche chi è stonato e viene miracolato dalla tecnologia.

Per certi lettori non giovanissimi preciso che è un software di correzione dell’intonazione (pitch correction) che rende automaticamente la voce intonata, tirando le note stonate verso la nota più vicina della scala scelta.

Roba tipo la chirurgia plastica che aggiusta nasi, bocca, orecchie e altro ancora…

Per capire quanto siamo cambiati - secondo esempio - penso alla morte recente di un cantante, Tony Dallara, che vinse il Festival di Sanremo nel 1960 con la canzone Romantica, in coppia con Renato Rascel (che ne era anche l'autore). Io avevo due anni, ma la canzone rimase impressa per anni: Dallara la cantava a gola spiegata, mentre Rascel (che ho conosciuto di persona) la cantava con tono pacato.

Ho letto sul Corriere una lettera di un lettore, Carlo Solarino, indirizzata in sua memoria a Dallara: ”Vero che la tua presenza in primo piano nel mondo della musica è stata relativamente breve e i tuoi grandi successi non numerosissimi (Come prima, Ti dirò, Romantica…), ma altrettanto vero che sei stato l’apripista degli urlatori (Gaber, Mina, Celentano, Jannacci…) e protagonista assoluto dello sbocco al nuovo della tradizionale canzone italiana“.

A dimostrazione che le tendenze musicali non si fermano mai e anche le novità più assolute diventano poi, nel tempo, dei classici.

I “rivoluzionari” della canzone - che paiono al momento eversivi e innovatori - finiscono poi per diventare la normalità, facendo spazio ad altri che spacchettano quel che è ormai diventato tradizione.

Lo dimostra con grande chiarezza e sarà così fra pochi giorni il palcoscenico di quel cinemino di periferia che è l’Ariston di Sanremo, che diventa rutilante di luci e fantasmagorico grazie ai trucchi televisivi.

L’abilità di chi organizza è ormai quella di mettere assieme tutto e il suo contrario per avere uno spettacolo che piace a chi ci crede e guarda con partecipazione sincera ed è seguito anche da chi non ci crede e guarda lo spettacolo per sbeffeggiare con altrettanta sincerità.

Ce n’è per tutti i gusti con testimoni del passato remoto e nuovi emergenti, nel nome di quel Camaleonte che è la Musica.