Le celebrazioni celano sempre un rischio: l’usura del tempo. Pensiamo al Risorgimento e ai valori tenuti vivi nel tempo, oggi scomparsi nelle nebbie del tempo che passa.
La stessa Resistenza finisce ormai, defunti i protagonisti, per essere un episodio storico che si spegne nel ricordo.
Oggi è la è la Giornata della Memoria.
Gli ebrei per quanto avvenne preferiscono usano la parola ebraica "Shoah", presente diverse volte nella Bibbia ebraica e che significa "distruzione totale", che era poi il progetto di sterminio nazista del popolo ebraico, così come venne assecondato dal fascismo durante il Secondo conflitto mondiale. Meglio di "Olocausto" perché non richiama, come questa parola, l'idea di un sacrificio inevitabile, come non lo dev’essere l'antico male dell'antisemitismo, che oggi rivive una grande risonanza che preoccupa per la sua violenta apparizione sulla scena. Non solo appannaggio della Destra estrema, ma anche di certa Sinistra estrema.
Per me questa ricorrenza è un ricordo di mio padre che, internato in Germania con una quarantina di soldati valdostani, si trovò a lavorare fuori dal campo di Auschwitz (oggi di nuovo territorio polacco). Ci ho portato i miei figli come vaccino contro gli orrori e come ammonimento affinché la democrazia non soffra di quel ritorno di autoritarismo inquietanti che viviamo oggi come non mai.
Scriveva Primo Levi: ”Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”.
Vorrei citare anche Elie Wiesel, sopravvissuto ad Auschwitz e Buchenwald, Premio Nobel per la Pace nel 1986, è stato uno dei più grandi testimoni e custodi della memoria della Shoah. Le sue parole sono intrise di dolore, ma anche di un’insopprimibile urgenza morale: ricordare per non permettere che accada di nuovo.
Dal suo discorso per il Premio Nobel per la Pace (1986): ”Non dimenticherò mai quella notte, la prima notte nel campo, che ha trasformato la mia vita in una lunga notte sette volte sigillata. Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò le piccole facce dei bambini di cui ho visto i corpi trasformati in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono la mia fede per sempre.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il mio essere e lo ridussero in cenere”.
Le sue parole non sono solo memoria del passato, ma un monito per il presente e per il futuro.
La Senatrice a vita Liliana è una delle voci più autorevoli e toccanti nella lotta contro l’odio razziale e l’antisemitismo contemporaneo e c’è da sperare che la foga di certi ProPal non sporchi la giornata della Memoria.
Così ha detto: ”L’antisemitismo c’è sempre stato, purtroppo io da quando ero bambina lo conosco bene. Ma oggi è manifesto, non ci si vergogna più. Un tempo almeno si nascondeva ». E sul dovere di testimoniare osserva: ”Con la morte degli ultimi superstiti rischiamo di dimenticare cosa è stata la Shoah. Eppure guardandomi intorno vedo segnali inquietanti: l’antisemitismo, il razzismo, l’intolleranza non sono spariti, si manifestano sotto nuove forme”.
Mostri che possono rivivere in questo mondo così scosso da violenze, odi e democrazie che arretrano minacciate da autocrazie sempre più inquietanti.
I campi di sterminio restano un simbolo drammatico e atroce. Studiare come avvenne la pianificazione e lo svolgimento di questo progetto delirante e orribile accende un faro sulla natura umana, capace di far diventare routine il più terribile dei comportamenti. Vorrei dire che cosa resti in me di quei luoghi, come evocato dai racconti di vita vissuta di mio padre e anche in un piccolo diario che ho depositato negli archivi dell'Istituto storico per la Resistenza.
Rimane lo sconcerto di una gigantesca macchina per uccidere: dai treni in arrivo venivano già scartati quelli inidonei al lavoro e finivano subito nelle camere a gas, tutti spogliati e rasati e infilati nelle loro divise di detenzione diventavano un numero a un certo punto tatuato su di loro, in varia misura - affamati, maltrattati e terrorizzati - dovevano perdere la dignità di esseri umani per poi finire nel ciclo industriale della morte.
Come non ricordare?