D’improvviso, in questi anni, devo fare attenzione ad usare quel ”In bocca al lupo!” beneaugurante e scaramantico o peggio ancora, nel caso in cui mi sia stata indirizzata questa stessa frasetta, peste mi colga se mai rispondessi ”Crepi il lupo!” e non il garrulo e politicamente corretto “Viva il lupo!”.
In un lungo articolo su Le Monde, Marjorie Philibert offre uno spaccato di quanto sta avvenendo e a questo mi attengo, astenendomi dal parlare del “business lupo” di chi sul ritorno e sulla vasta riproduzione del predatore ci campa.
Scrive la giornalista: ”Non solo il lupo non fa più paura, ma sembra essere diventato una vera icona pop. La sua reputazione di bestia feroce era tuttavia saldamente radicata nelle mentalità da secoli. La paura del lupo ha raggiunto il suo apice in Europa tra il XIV e il XIX secolo, ispirando i celebri racconti di Charles Perrault: Cappuccetto Rosso e I tre porcellini. In seguito, la sua popolazione si è ridotta nettamente sul Vecchio Continente, ma la sua cattiva immagine è rimasta intatta nella cultura popolare”.
Ora si passa dall’odio all’amore, senza equilibrio con questi pensieri: ”Il paradosso è che la sua popolarità attuale sembra in parte dovuta al suo ritorno sul territorio, che lo ha posto al centro della lotta per la preservazione della biodiversità. Il lupo è infatti riapparso in Francia nel 1992 e oggi si trova al cuore di un dibattito politico acceso che dura da quasi trent'anni. Tra allevatori che temono per le loro bestie ed ecologisti che vogliono proteggerlo, gli scambi assumono spesso l'aspetto di un dialogo tra sordi.
Eppure, la polemica non ha intaccato lo sguardo positivo del grande pubblico, che sembra aver deciso massicciamente a favore del lupo. Secondo uno studio francese Ipsos commissionato dall'associazione One Voice, il 65% dei francesi ritiene che le rappresentazioni del lupo nelle fiabe e nelle leggende non corrispondano alla realtà, e l'81% afferma che il ritorno dei lupi in Francia rappresenta un beneficio per la biodiversità.
Altri dati della stessa indagine confermano questa tendenza positiva: più di 8 francesi su 10 (83%) si oppongono all'eradicazione totale dei lupi in Francia (solo il 6% vi è completamente favorevole), e una larga maggioranza percepisce la presenza del lupo come non pericolosa per gli esseri umani e le loro famiglie. Questo sondaggio, pubblicato alla fine di novembre 2024 sui siti di Ipsos e One Voice, illustra bene lo scarto tra il dibattito appassionato (spesso incentrato sugli attacchi ai greggi) e l'opinione pubblica generale, che pende fortemente verso la protezione della specie”.
Il grande Michel Pastoureau, celebre storico del colore e dei simboli, nel suo saggio "Il lupo. Una storia culturale" (e in vari interventi dedicati al bestiario medievale), non si occupa del lupo come animale biologico, ma come costruzione mentale e culturale.
Così spiega che il rapporto tra uomo e lupo non è sempre stato di odio viscerale. In molte culture arcaiche (si pensi a Romolo e Remo o ai Germani), il lupo era un animale totemico, simbolo di forza e protezione.
È nel Medioevo che avviene il cambiamento simbolico. La Chiesa trasforma il lupo nell'incarnazione del Diavolo. Diventa il "divoratore di anime", l'antitesi dell'Agnello di Dio (Cristo). Per Pastoureau, il lupo è l'animale che più di ogni altro funge da specchio per l'essere umano. Nelle favole e nel folklore. Il lupo parla, tende tranelli e si traveste. È ideale per incarnare i vizi umani: l'avidità, la lussuria e la crudeltà gratuita.Spicca la figura del licantropo (l'uomo-lupo) è l'apice di questa
sovrapposizione: la bestialità che nascondiamo dentro di noi. Lo storico analizza come la paura del lupo sia cresciuta proporzionalmente alla crescita demografica e agricola. Il lupo non era solo un predatore di bestiame, ma un concorrente territoriale. Fra il XVII e il XIX secolo si sia passati dalla caccia alla vera e propria guerra di sterminio, alimentata da fatti di cronaca nera, che hanno trasformato un animale reale in un mostro mitologico.
Dice lo storico, facendo anche riferimento al manto nero o grigio dell’animale: ”Il lupo è l'animale che l'uomo ha scelto per incarnare la parte più oscura di se stesso”.
In sintesi: il male e l’esclusione sociale.
La caccia al lupo nel passato non era uno sport, ma una vera e propria guerra di sterminio regolamentata dallo Stato. Michel Pastoureau ricorda come la società medievale e moderna avesse creato una struttura amministrativa dedicata: la Louveterie (istituita da Carlo Magno nell'813), con funzionari preposti unicamente a eliminare il predatore.
I metodi utilizzati erano brutali, ingegnosi e riflettevano l'odio profondo verso l'animale
In Valle d’Aosta, fino alla fine dell’Ottocento e ai primi decenni del Novecento, la persecuzione del lupo seguì modalità simili al resto dell’arco alpino, con caratteristiche locali legate all’economia pastorale e alla montagna. C’erano cacce, trappole, fosse e chi ammazzava un lupo otteneva ricompense. Così il lupo scomparve stabilmente tra fine Ottocento e inizio Novecento, come in gran parte delle Alpi. Il ritorno naturale della specie è avvenuto solo dalla fine degli anni ’90, con l’espansione dei nuclei provenienti dall’Appennino è oggi si sta espandendo sul territorio in assenza di concorrenti perché è un predatore alfa (o predatore apicale). Questo significa che si trova in cima alla catena alimentare nel suo habitat naturale e non ha predatori naturali (eccezion fatta per l'uomo).
Sebbene Michel Pastoureau si concentri sulla dimensione simbolica, la sua analisi riconosce che il mito del "Lupo Cattivo" non è nato dal nulla. Si è alimentato di una realtà storica documentata negli archivi parrocchiali, giudiziari e amministrativi (specialmente in Francia e nel Nord Italia) tra il XVI e il XIX secolo.
Ecco i fatti reali che hanno giustificato, nella mente delle popolazioni rurali, il terrore verso questo predatore: Per molto tempo si è creduto che il lupo attaccasse l'uomo solo se malato di rabbia. Gli archivi studiati da storici come Jean-Marc Moriceau (spesso citato da Pastoureau) smentiscono questo mito.
Esistevano i cosiddetti "lupi mangiatori d'uomini" che, a causa di inverni durissimi o scarsità di selvaggina, imparavano a cacciare prede umane, specialmente bambini e donne che sorvegliavano il bestiame.
Solo in Francia, tra il 1500 e il 1900, sono stati censiti circa 9.000 attacchi, di cui quasi la metà attribuiti a lupi non rabbiosi ma predatori.
Nelle società rurali di sussistenza, la perdita di una pecora o di una mucca non era solo un danno economico, ma poteva significare la morte per fame di un'intera famiglia.
Il lupo ha l'istinto dell' overkilling (uccide più prede di quante ne possa mangiare se confinate in un recinto). Trovare un intero gregge sgozzato al mattino viene interpretato dai contadini come un atto di pura malvagità, non di istinto naturale.
Ora - e non solo in Italia, dove la politica stenta a varare un piano di ragionevole contenimento - il lupo lascia le zone meno abitate dove preda e si presenta nei paesi e nelle città e certe paure stanno tornando con buona pace del ”Viva il lupo!”.