Cambiare prospettiva e fare cose nuove è sempre stimolante. Mi è capitato più volte nella mia vita, trovandomi di fronte a esperienze che mi hanno obbligato a rompere la routine cui mi ero abituato.
“Routine” è una parola su cui vale la pena di soffermarsi. È curioso come un termine che oggi associamo alla monotonia o alla noia abbia in realtà un’origine legata al movimento e alla scoperta.
La parola è un prestito integrale dal francese ed è un francesismo che sopravvive al sorpasso crescente di anglicismi che ci assillano.
Scavando nelle sue radici, troviamo un percorso interessante. La parola deriva dal francese antico route, che significa "strada" o "via". A sua volta, route discende dal latino parlato (via) rupta, ovvero una "via rotta", aperta a forza tra boschi o terreni impervi. Ne avrete di sicuro in mente: sono il segno della presenza umana.
Il diminutivo routine risale al XVI secolo per indicare un piccolo sentiero o una strada già battuta. Col tempo, il significato è passato dal senso fisico a quello figurato: la capacità di fare qualcosa per "strada battuta", ovvero per pratica ed esperienza, senza bisogno di riflessione o nuovi studi.
Nel mio caso, come esempio, può essere la quotidianità sempre più rodata di fare il giornalista radiotelevisivo negli anni intensi di questo lavoro (ogni tanto sogno di leggere il telegiornale!). Oppure le varie esperienze elettive, che si sono susseguite e che ho sempre affrontato con il giusto timore sino a raggiungere consapevolezza e una certa destrezza.
Comunque sia, in italiano, la parola “routine" è entrata stabilmente nel XIX secolo attraverso il linguaggio burocratico e tecnico, mantenendo quel senso di "procedura abituale". Oggi usiamo "routine" con un’accezione negativa: la "solita routine", del tipo che noia la ripetitività da travet. Parolina illuminante che deriva dal cognome del protagonista della famosa commedia in dialetto piemontese “Le miserie 'd Monsù Travet”, scritta nel 1863 da Vittorio Bersezio.
Travet incarna un modesto impiegato comunale torinese dell’Ottocento, vessato dal capoufficio, trascurato nelle promozioni, oberato di lavoro noioso e ripetitivo, ma sempre ligio al dovere. Diventò un simbolo immediato e popolarissimo dell'impiegato statale italiano dell'epoca: diligente ma sfigato, onesto ma sfruttato, piccolo borghese grigio e rassegnato. Un antesignano del più contemporaneo Fantozzi: la straordinaria maschera inventata da Paolo Villaggio e riassumibile nella parola “fantozziano” in uso nel linguaggio.
Naturalmente si tratta di rappresentazioni grottesche, ma mostrano come nella vita si debba reagire ai rischi di finire come ingessati nella ripetitività e non bisogna spaventarsi dei cambiamenti, quando necessitano per darsi una nuova spinta per evitare di impantanarsi.
È un messaggio che mi è capitato di dare agli studenti che ho incontrato per spiegare loro alcune possibilità offerte dall’Unione Europea per chi sta per uscire dalle scuole Superiori nel quadro di iniziative di Orientamento.
Scrivo la parola con la maiuscola, perché anche in questo caso ho spiegato loro come una parola possa avere un storia su cui riflettere ed è importante coglierne il significato che invita a muoversi con consapevolezza di dove si vuole andare nella propria esistenza.
C’entra sempre il latino con “oriri” (“sorgere”), da cui ”oriens” (”che sorge”, l'Oriente). Dal verbo francese “orienter” giunge in italiano “orientare”e spunta infine ”orientamento”, vale a dire l’atto di volgersi verso il sorgere del sole. Nella antichità greco-romana voleva dire volgere un edificio (soprattutto templi, chiese) con la facciata verso est, verso il punto dove il sole sorge ogni mattina.
Oggi, oltre a ”orientamento politico” che ci pone sullo scacchiere della politica, c’è orientamento come percorso per chi deve scegliere cosa studiare e cosa fare di lavoro, determinando scelte importanti per la propria vita.
j Un'origine "luminosa" e positiva, legata - nel percorso affascinante delle parole - al sole che nasce!