L’arrivo della primavera, ufficialmente iniziata ieri, mi ha messo di buon umore.
A dire il vero a mettermi di buonumore è l’insieme dei cambi di stagione: in fondo ognuna delle stagioni finisce per avere caratteristiche proprie che le rendono interessanti. Poi ci sono le preferenze, ma personalmente guardo sempre il bicchiere mezzo pieno.
Così mi sono messo a pensare sul perché continui ad avere un approccio positivo e ottimistico nelle cose.
Se guardo a certi problemi incombenti l’umore nero sarebbe giustificato. E ne scrivo pure per chi ha l’amabilità di seguire questo flusso di pensieri.
Penso alle guerre che insanguinano, alla democrazia che balbetta, alla crisi climatica, al crollo demografico, all’invadenza del mondo digitale, all’immigrazione dolente e non pianificata e l’elenco potrebbe continuare con una vera e propria litania.
Ognuno à la carte può indicare tematiche macroscopiche. Poi ci sono i problemi locali, quelli familiari, quelli personali. Una specie di dedalo in cui spesso si rischia di perdersi senza trovare un’uscita e tutto sembra ingrandirsi come in certi incubi notturni che ingigantiscono tutti e fanno crescere ansie e paure. Eppure, senza sembrare irresponsabile o stolido, mi sforzo di restare in qualche modo positivo.
Mi guardo attorno e vedo tante persone, spesso afflitte da storie pesanti, che non si fanno abbattere e diventano un esempio da applicare su scala più grande.
Una delle frasi più celebri e letterarie che esprime proprio la ragionevolezza dell’ottimismo, cioè un ottimismo non ingenuo o cieco, ma lucido, consapevole delle dure realtà del mondo, eppure determinato all’azione)è attribuita originariamente a Romain Rolland (scrittore francese, Premio Nobel per la Letteratura 1915) e resa famosissima in Italia da Antonio Gramsci.
Si tratta del “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”, ma si usa anche “Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà”.
Gramsci la cita esplicitamente in due sue riflessioni - e vale al di al della sua visione ideologica - perché significa guardare il mondo con lucidità spietata, riconoscendo i meccanismi di oppressione, le ingiustizie strutturali, le difficoltà oggettive, la storia come non-lineare e piena di sconfitte.
Ma, nonostante tutto, si sceglie di agire, di organizzare, di lottare per il cambiamento, senza illusioni ma con tenacia morale e politica.
È un ottimismo ragionevole perché non nega i fatti amari (non è il “bicchiere mezzo pieno” per forza), ma li supera con la volontà di trasformare la realtà.
Viene in mente Jorge Luis Borges, il grande scrittore argentino (1899-1986), che certo non era un ottimista ingenuo o sentimentale: la sua visione del mondo era intrisa di labirinti, specchi, tempo infinito, destino e ironia metafisica.
Esiste persino un aggettivo: borgesiano. Vorrebbe dire riconoscerne il carattere enigmatico, metafisico e vertiginoso, tipico di chi vede l'universo non come un luogo fisico, ma come un gigantesco e intricato enigma letterario.
Eppure, in alcune sue poesie in età più che matura emerge un ottimismo discreto, fatto di gratitudine per le piccole cose, di atti quotidiani che salvano silenziosamente il mondo dal caos.
Il brano più emblematico in questo senso è la poesia I Giusti, scritta intorno al 1981. È un inno umile e luminoso alla bontà anonima, alla gente comune che, senza saperlo, tiene in piedi l'universo con gesti semplici.
I Giusti
Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè di un sobborgo giocano a scacchi in silenzio.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
Forse ho risucchiato quelle mie scintille di ottimismo non tanto dai grandi sistemi, ma dalla fortuna che ho avuto di incontrare tante persone che nella loro quotidianità avevano mantenuto il lato buono nelle cose che facevano.
Forse questo - assieme a certe mie convinzioni - è quel che illumina anche le giornate più cupe e le preoccupazioni più difficili.