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24 mar 2026

Divagare per capire l’ospitalità

di Luciano Caveri

Capita, affaccendati come siamo in questioni contingenti, di dover riflettere su questioni che sembrano lontane un miglio. Poi nello scavarci dentro, ti accorgi che non sono distanti, anzi sono nella realtà che viviamo.

Diventa di conseguenza un’utile divagazione. Mi ha sempre divertito Ennio Flaiano: ”"Divagare è un modo per non invecchiare: finché la mente salta da un palo all'altro, non si siede mai sulla poltrona della noia”.

In un convegno cui ho partecipato il tema era l’ospitalità, argomento ampio e molto bello se ti occupi della parola e ne capisci le ragioni.

La parola ospitalità deriva direttamente dal latino hospitalĭtas che indicava proprio l'atteggiamento e il dovere di accogliere benevolmente lo straniero.

Il legame è con il termine latino hospes, da cui deriva anche ospite, che ha una singolare ambivalenza e cioè chi accoglie e chi è accolto.!Ma derivano anche parole significative come ospedale, ostello e hotel.

Parola perfetta perché nel luogo dove si discuteva di ospitalità il tema era l’accoglienza turistica!

Non è un caso che tutto derivi da parole di molte culture antiche, dove l'ospitalità era un'istituzione sacra e reciproca.

Pensiamo all’Odissea di Omero, dove Eumeo il porcaro dice a Ulisse, travestito da mendicante: ”È contro il volere degli dèi, straniero, che uno tratti male un ospite, anche se fosse un mendicante: tutti gli ospiti e i mendicanti vengono da Zeus”.

Questo verso racchiude l'idea centrale dell'ospitalità greca arcaica: un dovere sacro, protetto dagli dèi stessi.

Bisogna che queste eredità umanistiche servano come memoria per l’accoglienza. Mi scuso per questa evocazione umanistica e torno al presente e al più prosaico turismo, che era il contesto che mi ha evocato questo antico pensiero.

È oggi questa una parte essenziale dell’economia alpina e la Valle d’Aosta ne è una delle protagoniste con un crescente successo e popolarità. Ma questo obbliga a un contesto vasto di accoglienza, che finisce per essere un atteggiamento non solo professionale, ma di una comunità intera.

Ebbene, un’altra pista che mi pare interessante e che mi sembra caposaldo della ospitalità sono certi principi che trovo tutt’altro che desueti.

Penso ai rapporti tra educazione, galateo, cerimoniale e protocollo.

L’educazione è un insieme vasto che è un insieme di valori empatici validi in tutti gli ambiti della vita (privato e pubblico), che siano rispetto, sincerità, ascolto e aiuto a chi ha bisogno.

Il galateo è come se fosse un sottoinsieme dell’educazione ed è un comportamento sociale esteriore espressione della tradizione e di regole codificate, che vale nei rapporti privati e sociali quotidiani.

Cerimoniale o protocollo sono anch’essi un sottoinsieme dell’educazione e riguardano le relazioni istituzionali e pubbliche attraverso norme scritte ufficiali, dove contano precedenze, simboli e rappresentanza.

C’entra con l’ospitalità? Tutto serve a crea un certo clima in un mondo in cui vale troppo spesso il contrario e cioè si affermano la maleducazione, la violazione di elementari regole di bon ton, una rottura di tradizioni e di comportamenti.

Mi faccio impressione a scriverlo, ma devo dire che non penso che vi sia nulla di anacronistico in certi pensieri.