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12 mag 2026

La mitezza contro la rabbia

di Luciano Caveri

Ogni giorno le letture varie, la visione e l’ascolto offrono un quantitativo di notizie e di commenti che fa impressione.

Siamo come bombardati dai mass media e le tecnologie digitali - che mai finiranno di stupirci e ci obbligheranno a rincorrerle - hanno moltiplicato le opzioni disponibili con un ciclo di vita e di morte dei diversi formati con cui riceviamo le informazioni. Resto convinto che i commenti su cui ragionare possono restare ancorati ai ”vecchi” giornali quotidiani, per quanto trasferitisi - almeno per me - in versione digitale.

Gli spunti di ragionamento, che spesso trasferisco qui ”rubando” ragionamenti altrui, restano preziosi e fanno girare le rotelle del cervello, che si fermano per scarso uso sono guai.

Leggevo Paolo Di Stefano e un suo articolo che va letto per sincronizzare gli orologi in questo tempo in cui la violenza ci avvolge anche nelle discussioni più banali e figurarsi nelle grandi tematiche del nostro tempo.

Scrive Di Stefano: ”Chi mai oggi sarebbe disposto a sottoscrivere le considerazioni che Norberto Bobbio pronunciò una trentina d'anni fa in un famoso elogio della mitezza? Scriveva Bobbio: «nella società del benessere il moralista è considerato per lo più un guastafeste, uno che non sa stare al gioco, non sa vivere. Moralista è diventato sinonimo di piagnone, di pedagogo inascoltato e un po' ridicolo, di predicatore al vento, di fustigatore dei costumi, tanto noioso, quanto, fortunatamente, innocuo. Se volete far tacere il cittadino che protesta, che ha ancora la capacità d'indignarsi, dite che fa del moralismo. E’ spacciato». Niente di più attuale. Guai al moralista, è un rompiscatole patetico. Nel solco del moralismo insopportabile si poneva lo stesso Bobbio elogiando il mite”.

Apro una mia parentesi. Sarà vero che la parola "mite" non è scomparsa dal dizionario, ma è innegabile che nel linguaggio quotidiano suoni quasi come un reperto archeologico. Il declino di questo termine non è un caso, ma il riflesso di come è cambiata la nostra società.

Ricordate la frase: ”Beati i miti, perché erediteranno la terra" (Vangelo di Matteo 5,5). È un’affermazione che ribalta completamente la logica comune: solitamente pensiamo che a "conquistare la terra" siano i forti, i prepotenti o i vincitori delle guerre.

Per capire il senso profondo di questa frase, bisogna andare oltre il significato moderno di "mitezza".

Il termine greco usato nel Vangelo è "praeis". Non indica una persona debole o priva di carattere, ma descrive una virtù molto specifica. Nell'antica Grecia, la parola veniva usata per descrivere un cavallo selvaggio che era stato domato. Il cavallo ha ancora tutta la sua potenza, ma ora è diretta e disciplinata. Il mite ha la capacità di restare calmi di fronte alle ingiustizie senza lasciarsi avvelenare dalla rabbia ma non ha bisogno di gridare o di imporsi con la forza per affermare la propria esistenza.

Ma Di Stefano è ancora più sottile e specifica: ”Non il mansueto, l'uomo calmo e passivo, ma il mite, portatore di una virtù «debole» ma attiva e sociale, «l'uomo di cui l'altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé». Antidoto alla prepotenza, alla protervia, all'arroganza intesa come considerazione esagerata dei propri meriti, che giustifica la sopraffazione. La mitezza è la più impolitica delle virtù, anzi l'altra faccia della politica in senso machiavellico. Il mite è, per Bobbio, tutt'altro che remissivo, è nonviolento ma non è bonario né modesto; il mite presuppone la compassione, e dunque come tale è l’«anticipatore di un mondo migliore» perché è il tipo umano che rende più abitabile questa «aiuola» che è il mondo.

Bobbio, al quale era stato chiesto di scegliere una virtù adatta al suo tempo, adottò la mitezza come reazione alla società violenta diquegli anni, come rifiuto di esercitare la violenza contro chicchessia. Non deve stupire se La forza della mitezza è il titolo di un documentario della Cei sul primo anno di papato di Leone XIV. Filosofo liberal socialista Bobbio, pontifex maximus del cattolicesimo Prevost. Ridicoli moralisti tutti e due”.

È una riflessione interessante per chi come me sa di essere reattivo e sanguigno in determinate circostanze, ma alla fine dei conti penso di aver sempre mantenuto un fondo di mitezza, che temo sia considerata oggi in generale una debolezza più che una dote.

Invece, a sostegno della sua bontà, Aristotele diceva: “La mitezza è la virtù del giusto mezzo rispetto all’ira: né iracondo (eccesso) né apatico (difetto), ma chi si adira per i giusti motivi, contro le persone giuste, nel modo e nel tempo appropriati. È una delle virtù etiche fondamentali”.