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15 mag 2026

In Italia si comincia tardi ad avere figli

di Luciano Caveri

So che un uomo che parla di natalità o peggio di tasso di fecondità è destinato alla critica femminile. Anche se ovviamente — tranne eccezioni consentite dalla scienza — siamo corresponsabili attivamente del concepimento.

Sul Foglio esce un articolo che offre un interessante punto di vista. Vengo al sodo: “La cartina Eurostat sull’età media delle donne alla nascita del primo figlio nel 2024 è una di queste. A prima vista è una mappa con tanti blu, qualche numero e una media europea: 29,9 anni. Poi si guarda meglio e si scopre che l’Italia è in cima — o meglio in fondo, dipende dai punti di vista: 31,9 anni. Significa che nel nostro Paese, in media, una donna ha il primo figlio quasi a trentadue anni. Non il secondo, non il terzo: il primo”.

Ovvia la conseguenza: “Il problema non è soltanto che in Italia nascono pochi figli; il problema è che il primo figlio arriva sempre più tardi. E quando il primo arriva tardi, spesso il secondo diventa difficile, il terzo improbabile, la famiglia numerosa un’eccezione quasi eroica”.

Così l’Italia svetta in questa sorta di classifica in Europa. Così prosegue l’articolo: “Il record italiano non può essere spiegato solo con la libertà delle donne, né solo con la precarietà, né solo con la mancanza di asili, né solo con il costo delle case o il lavoro che arriva troppo tardi. È l’insieme di tutto questo. È un’intera architettura sociale che dice ai giovani: prima sistemati, poi ama; prima trova un contratto stabile, poi fai un figlio; prima compra casa, poi diventa adulto; smetti di avere paura, poi prova ad avere fiducia. Il guaio è che quel ‘prima’ non finisce mai. Prima la laurea, poi il master, poi lo stage, poi il contratto a termine, poi il mutuo impossibile, poi l’affitto che mangia lo stipendio, poi la città che costa troppo, poi i nonni che aiutano ma non possono sostituire un welfare, poi l’azienda che considera la maternità un problema organizzativo. E così la vita si sospende. Non si rinuncia sempre alla genitorialità: la si rinvia”.

Una situazione che: “Mette in crisi la destra, quando pensa che la natalità si risolva con un po’ di retorica sulla famiglia e qualche assegno. Mette in crisi la sinistra, quando finge che il tema riguardi solo i diritti individuali e non la costruzione concreta delle condizioni per scegliere davvero”.

Considerazioni finali: “Una società libera è quella in cui una donna, una coppia, una famiglia possono decidere di avere un figlio senza sentirsi gettati in una prova di resistenza economica, lavorativa e psicologica. La libertà non è solo non essere obbligati; è anche non essere impediti. L’Italia è diventata un Paese in cui si comincia tardi: tardi a lavorare, tardi a guadagnare bene, tardi a uscire di casa, tardi a fare figli, tardi a sentirsi autorizzati a immaginare una vita adulta”.

A chiudere il cerchio, una voce che non può essere sospettata di paternalismo: quella della professoressa Alessandra Graziottin, ginecologa e sessuologa al San Raffaele di Milano, che nella prefazione al suo Mamma a 40 anni (Giunti, 2015) scrive: “Il sogno di diventare madri, rimandato a lungo per un desiderio prima immaturo, oppure per ragioni di realizzazione professionale, per motivi economici o per la mancanza di un partner con cui costruire un progetto di famiglia, può diventare acutamente doloroso con l’avvicinarsi dei quarant’anni. […] Le Italiane tendono in generale a rimandare la stagione della maternità, in parte per difficoltà obiettive. In parte per la convinzione, alimentata dai media, che ‘volere è potere’ e che nel terzo millennio quello che non si può realizzare naturalmente verrà sicuramente concretizzato grazie alla scienza e alla tecnologia. Purtroppo la biologia ovarica mantiene i limiti di sempre“.

Il “prima” che non finisce mai, insomma, non è solo un problema economico e sociale. È anche una scommessa con la biologia. Che non aspetta. Scriverlo non è insultante e non è, come dicevo, maschilismo.

Esiste una polemica, spesso inquinata da derive xenofobe, sulla cosiddetta “sostituzione demografica”. Vale la pena dirlo chiaramente: nella sua versione complottista è una teoria pericolosa.

Ma il dato demografico sottostante esiste ed è misurato: le società che smettono di fare figli cambiano composizione. Non per un piano, ma per inerzia. La differenza tra analisi e propaganda sta tutta lì: nel distinguere ciò che avviene da ciò che qualcuno vorrebbe far credere sia orchestrato.

L’Italia non ha bisogno di teorie della sostituzione per capire che qualcosa non va. Bastano i dati Eurostat.