La questione delle bugie, almeno da bambino, sembrava risolta con il naso di Pinocchio, che si allunga come evidente ammonimento, rendendo visibile e misurabile ciò che normalmente resta nascosto: la distanza fra parola e verità.
Poi, nel corso della vita, ti accorgi che la questione è più complicata e hai a che fare con parole diverse, che hanno significati non coincidenti, ma che si incrociano nella rotonda della propria vita, provenendo da strade diverse.
"Falso” descrive uno scarto tra ciò che appare o viene detto e la realtà e può riguardare un oggetto (un falso Rolex), un’informazione (una notizia falsa), o anche una persona intesa come poco sincera nel suo modo di presentarsi (una persona falsa, cioè ipocrita, che finge sentimenti che non ha). Non implica necessariamente intenzione: un dato può essere falso per errore, senza che nessuno abbia mentito.
"Bugiardo", invece, descrive chi dice il falso sapendo che è falso: presuppone un’intenzione di ingannare. Una bugia, per definizione, è un enunciato falso pronunciato consapevolmente. Non si tratta di una qualità delle cose, ma di un comportamento di chi parla.
Il rapporto logico è quindi di inclusione: ogni bugia è per forza falsa, ma non ogni cosa falsa è una bugia. Se dico che oggi piove mentre è sereno, credendolo vero, ho detto qualcosa di falso ma non sono bugiardo. Mi manca l’intenzione. Il bugiardo aggiunge al falso la dimensione morale della consapevolezza e dell’inganno deliberato.
C’è poi una sfumatura interessante, quando “falso” si applica a una persona invece che a un enunciato: lì si avvicina di più a “bugiardo”, ma indica più uno stile relazionale duraturo (doppiezza, ipocrisia, incoerenza tra dentro e fuori) che il singolo atto di mentire.
Il bugiardo mente. Il falso, inteso come persona, è costruito su una discrepanza permanente tra apparenza e sostanza. Insomma, mente anche quando non dice bugie in senso stretto, semplicemente essendo ciò che non è.
La definizione classica, che risale a Agostino (De mendacio) e passa per Tommaso d’Aquino, richiede tre elementi perché si abbia menzogna in senso pieno: l’enunciato deve essere falso, chi lo pronuncia deve saperlo falso, e deve avere l’intenzione di farlo credere vero. Togli uno di questi tre e non hai più menzogna: senza il primo hai una verità; senza il secondo hai un errore in buona fede; senza il terzo hai un’ipotesi, un’ironia, una finzione dichiarata (come nella narrativa, che non mente perché non pretende di essere presa per vera). Abbastanza complicato?
Si può dire che il rapporto tra i tre termini è questo: falso è la qualità dell’enunciato, menzogna è l’atto che produce quell’enunciato con dolo, bugiardo è l’identità che si costruisce ripetendo quell’atto. Non a caso in italiano si dice “dire una menzogna” (l’atto singolo) ma “essere bugiardo” (il tratto stabile) — la lingua stessa registra questa gradazione da evento a carattere.
Come sempre straordinario Dante Alighieri. Basta citare all’inferno Inferno l’ottavo cerchio, dedicato ai fraudolenti, e l’ultima bolgia (la decima) è proprio quella dei falsari: falsari di metalli, di monete, di parole, di persone. Dante distingue con precisione le sfumature del falso: chi falsifica un oggetto, chi falsifica la propria identità (i simulatori), chi falsifica con la parola (i consiglieri fraudolenti, tra cui Ulisse). È forse la mappa più sistematica mai scritta della differenza tra i vari modi di ingannare.
Spieghiamo meglio questa cosa diUlisse, che non sta nella bolgia dei falsari (la decima), ma nell’ottava, quella dei consiglieri fraudolenti — una bolgia diversa, dedicata a chi ha usato l’intelligenza e la parola per ingannare, non per falsificare oggetti o identità.
Le tre colpe specifiche attribuite a Ulisse sono: l’inganno del cavallo di Troia, aver convinto Achille a lasciare Deidamia per andare in guerra (causandone indirettamente la morte), e il furto del Palladio, la statua sacra che proteggeva Troia. In tutti e tre i casi il meccanismo è lo stesso: Ulisse non mente in modo grossolano, ma usa l’ingegno per costruire inganni elaborati che sfruttano la fiducia altrui.
Certo la matassa si ingarbuglia se tiriamo in ballo Pirandello.In tutta la sua opera (specialmente Così è (se vi pare) e Uno, nessuno e centomila), lavora sul confine ancora più sottile: non tanto tra vero e falso, ma tra le tante verità soggettive che rendono impossibile stabilire chi sia il bugiardo, perché ognuno crede sinceramente alla propria versione. È un rovesciamento della categoria: qui il problema non è l’inganno deliberato, ma l’impossibilità di un falso oggettivo condiviso.
Roba da ragionarci sopra.