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07 ago 2026

Québec: un viaggio del cuore

di Luciano Caveri

Sono stato in Québec: finalmente, direi! Un lungo tour inseguendo i miei pensieri di federalista, l’amore per la francofonia, le suggestioni della più grande provincia del Canada (per superficie), situata nella parte orientale del Canada, nell’America settentrionale orientale.

Un Paese che si estende dal confine con gli Stati Uniti a sud fino alle rive della Baia di Hudson e della Baia di Ungava a nord, comprendendo la valle del fiume San Lorenzo e vaste zone settentrionali.

C’è il fascino del Grande Nord (o Nord-du-Québec) caratterizzata da territori sparsi, clima subartico/artico e bassa densità di popolazione. E la singolarità di un territorio boreale: riferito alla prevalenza della foresta boreale (taiga), tipica di gran parte del suo territorio, con abeti, larici e paesaggi di conifere che dominano le zone interne e settentrionali. L’acqua è dappertutto con fiumi, laghi e il mare. Straordinaria anche la fauna!

Il Québec viene chiamata la Belle Province (“La Bella Provincia”), un soprannome diffuso e affettuoso, usato da tempo su cartelli stradali, turismo e come espressione colloquiale per sottolineare la bellezza dei paesaggi, delle montagne e delle città storiche, impregnate dalla storia dei francesi giunti qui e delle precedenti popolazioni autoctone e ovviamente della componente anglofona.

Struggente sulle targhe automobilistiche del Québec la frase « Je me souviens » (“Io mi ricordo”), motto ufficiale della provincia dal 1939. Non è un riferimento geografico, ma un richiamo storico-culturale alla memoria collettiva francofona, che è viva e partecipata.

Ma parliamo di politica per evitare un bignamino descrittivo insufficiente con un tema di grande attualità: il 19 ottobre 2026 si terrà in Alberta un referendum sulla permanenza della provincia in Canada, dove si chiederà alla popolazione se vuole restare o dare mandato al governo locale per avviare un processo verso un referendum sull’indipendenza.

È interessante valutare come un’eventuale secessione di questa Provincia del Canada potrebbe riverberarsi sul Québec. Ricordo che un referendum per uscire dal Canada si è tenuto in Québec nel 1980 e poi nel 1995 e in entrambi i casi vinse il “no”. È significativo che ora sia una provincia anglofona e conservatrice, non il Québec francofono, a guidare la spinta secessionista e questo capovolge la narrazione classica del separatismo canadese.

Se l’Alberta riuscisse davvero a percorrere la strada verso l’indipendenza, si creerebbe un precedente concreto sull’applicazione della Clarity Act (la legge federale che regola condizioni e procedure di un’eventuale secessione dopo il parere della Corte Suprema del 1998 sul Québec). Qualunque interpretazione o negoziato che ne risultasse diventerebbe automaticamente un riferimento per un futuro tentativo secessionista in Québec.

Il solo fatto che una provincia ricca e storicamente “lealista” come l’Alberta metta sul tavolo la secessione normalizza l’idea che il Canada possa frammentarsi, il che potrebbe - insisto sul punto - rinvigorire il movimento separatista (oggi in una fase di relativo declino rispetto agli anni ’90).

Certo nell’Alberta agisce una dinamica diversa dalla tradizione indipendentista del Québec, perché lì movimento secessionista si nutre in parte del malcontento economico legato al settore petrolifero e di un dialogo con ambienti conservatori americani, che vedono l’Alberta come un “partner naturale”. Sono motivazioni molto diverse da quelle identitarie e linguistico-culturali che animano il sovranismo quebecchese. Questo potrebbe rendere le due cause difficili da allineare politicamente, anche se entrambe minano di fatto la coesione federale del Canada.

Storicamente, Québec e Alberta hanno spesso avuto rivendicazioni di autonomia opposte (una culturale-linguistica, l’altra fiscale-energetica) ma hanno anche talvolta fatto fronte comune contro Ottawa su questioni un federalismo più forte. Una secessione effettiva dell’Alberta priverebbe il Québec di un possibile alleato nelle battaglie per maggiore autonomia provinciale, ma al contempo un Canada “ridotto” (senza l’Alberta) potrebbe risultare più favorevole, in proporzione, alle richieste quebecchesi rispetto a un governo federale meno dipendente dalle risorse petrolifere dell’Alberta.

Il governo federale, temendo una frammentazione a catena, potrebbe essere spinto a fare concessioni preventive sia all’Alberta che al Québec per scongiurare ulteriori spinte centrifughe, rafforzando temporaneamente il potere negoziale di Québec City.

Va detto che, al momento, i sondaggi indicano che solo un terzo dei votanti in Alberta sarebbe favorevole all’indipendenza, quindi lo scenario di una secessione effettiva resta tutt’altro che scontato: l’esito di ottobre potrebbe anche chiudere, almeno temporaneamente, la questione.

Giusto aggiungere l’interventismo della amministrazione Trump, che ha avuto contatti e ha fatto dichiarazioni che hanno alimentato il dibattito sulla secessione dell’Alberta, anche se non risulta un coinvolgimento diretto e personale di Donald Trump nell’avvio della richiesta.

Quello stesso Trump che invece è attivissimo sulla possibilità che il Canada (o parti di esso) diventi il 51° Stato. Roba da…matti.