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11 ago 2026

Da un no a rucola e cetrioli fino a Kant e Hume

di Luciano Caveri

Ci sono ispirazioni improvvise per scrivere non sempre di cose serie o semiserie. Discutevo l’altro giorno a cena del fatto che non mi piacciono rucola, prezzemolo e cetrioli (i cetriolini sì) e uno della compagnia ha detto, con aria dotta, ”De gustibus non disputandum est”.

Espressione risolutiva in certe discussioni vacue, anche se l’espressione va presa sul serio e non solo perché il latinorum “spacca”, come si dice oggi.

Nella sua forma più completa suona così: “De gustibus et coloribus non est disputandum”, sui gusti e sui colori non si discute), che ha un’origine più recente di quanto si pensi. Va detto che non si trova né in Cicerone né in altri autori dell’antichità romana, nonostante la forma latina faccia pensare a un’origine di chissà quando. È piuttosto un adagio latino medievale o rinascimentale, nato probabilmente in ambito scolastico-giuridico.

Il proverbio si diffuse soprattutto a partire dal Medioevo e dal primo Rinascimento, quando circolava in ambienti universitari come massima di buon senso: le preferenze soggettive (gusti, appunto) non dovrebbero essere oggetto di discussione razionale, a differenza dei fatti o delle verità dimostrabili. Dunque è un proverbio “anonimo” tramandato per uso comune, non una citazione letteraria precisa e ormai entrato nel nostro lessico senza l’iniziale profondità.

Il prussiano Kant affronta proprio questo problema nella Critica del Giudizio e la sua posizione è più sottile del semplice “sui gusti non si discute”. Kant distingue il giudizio di gusto dal giudizio logico. Il giudizio “questo è bello” non è un giudizio di conoscenza (non dice qualcosa sull’oggetto in sé), ma è comunque un giudizio, non una semplice reazione soggettiva come “questo mi piace” (che riguarda il gradevole, l’agréable, puramente privato).

Qui sta la novità: per Kant il giudizio estetico, pur nascendo da un sentimento soggettivo (il piacere disinteressato), pretende comunque un’universalità. Quando dico “questo è bello” non sto solo esprimendo un gusto personale come quando dico “mi piace il gelato al pistacchio”, ma sto implicitamente chiedendo l’assenso di tutti. È quella che Kant chiama “universalità soggettiva”: non posso dimostrarla con concetti (non è oggettiva come una verità logica), ma pretendo comunque che sia valida per chiunque.

Calma che proseguiamo.

Quindi Kant, in un certo senso, contraddice il “de gustibus”. Se sui gusti davvero non si potesse discutere in alcun modo, non avrebbe senso litigare su un film o un quadro. Ma lo facciamo, e ci aspettiamo che gli altri “debbano” essere d’accordo: segno che il giudizio estetico non è arbitrario come una preferenza alimentare.

Kant risolve la cosa introducendo il concetto di sensus communis (senso comune): una facoltà condivisa che rende possibile, pur senza prove concettuali, un accordo generale sul bello (e applichiamolo pure al buono!). Complicato ma suggestivo.

Lo scozzese Hume affronta il problema nel saggio Of the Standard of Taste e parte da un’osservazione quasi opposta a quella di Kant. Infatti riconosce che a livello di sentimento immediato, ogni gusto è effettivamente valido: il sentimento non è mai “sbagliato” in sé, perché non pretende di rappresentare qualcosa fuori di sé, perché è semplicemente ciò che una persona prova. In questo senso Hume sembra dare ragione al “de gustibus”.

Nonostante questa premessa, Hume nota che nella pratica non trattiamo davvero tutti i giudizi di gusto come se fossero equivalenti: nessuno prende sul serio chi mette un poetastro mediocre allo stesso livello di Omero o Milton (o fatemi dire un dolce di Igino Massari. con un surgelato da discount). Questo gli fa cercare un criterio — non logico, ma empirico — per distinguere buon gusto e cattivo gusto.

Hume lo individua nel giudizio dei critici ideali: persone che uniscono delicatezza di sentimento (capacità di cogliere sfumature), esperienza (aver visto/letto molto, per fare confronti), assenza di pregiudizio e buon senso. Insomma, questi “giudici qualificati” nel tempo dimostrano come certe opere ( che diventano i classici) continuano a essere apprezzate da osservatori competenti attraverso epoche e culture diverse, e questo è la prova più vicina possibile a un criterio oggettivo in materia di gusto.

In sintesi: entrambi i filosofi settecenteschi concordano che il puro “de gustibus non disputandum” sia troppo semplicistico, ma arrivano da strade diverse a giustificare perché, in pratica, discutiamo e talvolta troviamo accordo sui gusti estetici che possiamo spostare anche a tavola.

Se applicassimo lo schema di Hume ai gusti culinari, allora esistono i critici gastronomici, le stelle Michelin, i sommelier, vale a dire figure che pretendono un’autorità superiore al semplice “a me piace”. E in effetti quando un critico esperto, con palato allenato ed esperienza vasta, dice che un piatto è tecnicamente sbilanciato o che una cottura è sbagliata, gli diamo più credito di quanto ne daremmo al primo che passa. È lo “standard of taste” humeano applicato ai fornelli: giudici competenti, esperienza, assenza di pregiudizio.

E Kant? Quando tu dici “questa carbonara è oggettivamente pessima” (guanciale sostituito da pancetta, panna aggiunta, eresie varie), non stai solo dicendo “non mi piace”, ma stai proponendo una sorta di validità universale, quasi come se tutti “dovessero” essere d’accordo con te. Ecco perché su certi argomenti gastronomici (l’ananas sulla pizza, l’aglio nella carbonara) si litiga così ferocemente: non li viviamo come semplici preferenze, ma come giudizi che rivendicano un consenso. E in certi casi il ”senso comune” ti dovrebbe dar ragione, ma in un isola caraibica ho mangiato una cena all’italiana da strage di cuochi che commensali esteri consideravano - bontà loro - come eccellente!

Teniamoci il “de gustibus” che resta valido e multiuso: nessuno può dirti che hai torto se preferisci il gelato al pistacchio a quello al cioccolato oppure la mocetta valdostana alla bresaola valtellinese. In questi casi siamo nel pieno gradevole soggettivo di cui parlava Kant e dunque siamo autorizzati a esprimerci!