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27 ago 2026

Il gioco del silenzio che nessuno gioca più

di Luciano Caveri

C’era un tempo in cui il silenzio si giocava. Bastava un segnale — un batter di mani, un “Via!” gridato tra tra piccoli e grandi durante un viaggio troppo lungo — e per qualche minuto tutti restavano zitti, a fissarsi, a resistere alla tentazione di ridere mentre qualcuno provava a far cedere gli altri con una smorfia. Vinceva chi durava di più. Era un gioco semplice, quasi stupido, eppure metteva tutti nella stessa stanza, nello stesso silenzio, a guardarsi negli occhi.

Oggi quel gioco non si gioca quasi più. E non perché sia passato di moda di per se stesso, ma perché la condizione stessa per giocarlo: uno spazio comune dove il silenzio possa essere una cosa sola in cui stare insieme.

Viviamo, semmai, in un arcipelago di rumori paralleli, ciascuno chiuso nella propria bolla acustica. Chi ha le cuffiette e la sua musica, chi è immerso in un videogioco, chi scorre video con lo sguardo basso, chi ha la televisione accesa come rumore di fondo. Non è più il chiasso collettivo di una cucina affollata: è un mosaico di silenzi individuali, ciascuno riempito da un suono privato che nessun altro sente. Si può essere soli in mezzo agli altri, seduti allo stesso tavolo, ma altrove.

E non è solo il silenzio condiviso a scomparire. È anche la conversazione spontanea che nasceva nei momenti morti della giornata: la chiacchierata in sala d’attesa, lo scambio di battute al bar, la fila alle poste che diventava occasione di lamentele collettive, i dieci minuti di seggiovia condivisi con uno sconosciuto. Erano incontri minimi, spesso dimenticati un attimo dopo, ma tessevano un filo continuo di socialità informale, quella che non si programma, capita e basta. Oggi quei momenti si riempiono diversamente: lo smartphone offre una via di fuga sempre disponibile dal piccolo rischio di dover parlare con qualcuno. Comodo, certo. Ma è anche una rinuncia ripetuta migliaia di volte al giorno che, a lungo andare, cambia la trama di una vita.

Non è solo impressione soggettiva. Lo storico olandese Johan Huizinga, nel suo saggio ”Homo Ludens" sosteneva che il gioco condiviso non sia un semplice passatempo ma un generatore di cultura: più eleva il clima vitale di un gruppo, più produce legame sociale. È esattamente ciò che un gioco banale come quello del silenzio faceva in piccolo: creava, per qualche minuto, un “noi” al posto di tanti “io” separati.

Vale la pena fermarsi su un’immagine: quella del buco nero. Non ci caschiamo dentro per un evento improvviso, ma per una lenta accelerazione di piccoli gesti/,uno sguardo sullo schermo mentre si aspetta, poi un altro, poi la scoperta che lo schermo riempie ogni vuoto meglio di qualsiasi conversazione incerta. È un meccanismo che sfrutta esattamente i momenti in cui saremmo più disponibili all’incontro casuale: l’attesa, la noia, il tempo morto. Ed è progettato, non capitato per caso: le app che usiamo sono costruite per trattenere l’attenzione il più a lungo possibile, non per lasciarla andare quando basta.

Sherry Turkle, sociologa del MIT che da decenni studia il rapporto tra persone e tecnologie, ha dedicato un intero libro a questo paradosso, intitolato non a caso ”Insieme ma soli”: secondo lei restiamo connessi in continuazione proprio perché siamo soli ma abbiamo paura dell’intimità vera, e la vita online offre l’illusione di una compagnia che non richiede l’impegno di un’amicizia autentica. È una prigione comoda, quasi invisibile: nessuno ce la impone, eppure ci si ritrova dentro senza accorgersene, un notifica alla volta.

Detto questo, il telefono non è il nemico da abbattere. È uno strumento, e come ogni strumento amplifica ciò che già siamo: se siamo curiosi, ci apre mondi; se siamo pigri o ansiosi, ci offre la via di fuga più comoda. Il problema non è l’oggetto, ma l’uso che ne facciamo senza pensarci con l’automatismo e non la scelta consapevole.

La tentazione, di fronte a questo, è quella del divieto secco: niente telefono a tavola, niente telefono a scuola, niente telefono prima dei tot anni. Sono regole che hanno un senso, ma da sole rischiano di essere proibizionismo militarizzato: impongono un limite senza costruire un’alternativa, e prima o poi un limite imposto e non capito viene aggirato dai ragazzi come da noi adulti.

Servirebbe qualcosa di diverso: non solo dire “no”, ma insegnare quando e come dire di sì a se stessi. Per bambini e ragazzi, questo potrebbe voler dire l’accesso a smartphone personali e social il più possibile; stabilire insieme, non imporre dall’alto, delle “zone senza schermo”: il tavolo da pranzo, la macchina nei tragitti brevi, l’ora prima di dormire e la notte; far capire esplicitamente cosa significa annoiarsi — lasciare che un’attesa resti vuota, senza riempirla subito, perché è lì che nascono l’immaginazione e la conversazione.

Dovremmo anche noi genitori evitare abusi, perché sennò come facciamo a creare regole e fare la morale! Per noi adulti, la sfida è forse più difficile, perché non abbiamo scuse pedagogiche dietro cui nasconderci. Alcune idee semplici, ragionate con la testa più che imposte con la forza. Ogni tanto potremmo zittire le notifiche o spente per default, riattivate solo per ciò che conta davvero i lasciare il telefono in tasca nei momenti morti: la fila, la sala d’attesa, la seggiovia. Non per principio, ma per darsi la possibilità che accada qualcosa — una battuta con uno sconosciuto, un pensiero che affiora nel silenzio. Evitare automatismi di prendere il telefonino senza un reale perché. Recuperare, ogni tanto e senza troppa solennità, un gioco come quello del silenzio: non come reperto nostalgico, ma come promemoria che stare insieme in silenzio, guardandosi, è ancora possibile — e non richiede nessuna app.

Non si tratta di demonizzare la tecnologia né di sognare un ritorno a un passato idealizzato che, probabilmente, aveva i suoi problemi. La bolla non va fatta scoppiare con la forza, ma bucata pian piano, con piccole scelte ripetute: lasciare le cuffiette in tasca una volta di più, alzare lo sguardo una volta di più, tollerare qualche minuto di silenzio o di noia senza riempirlo subito.

Sono bravo a fare la morale, ma arranco nella quotidianità.