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08 set 2026

La paura, madre delle tirannie

di Luciano Caveri

Mi sono sempre sforzato di capire che cosa avesse portato all’affermazione del Fascismo prima e del Nazismo e che cosa avesse trasformato regimi comunisti in totalitarismi.

La storia delle tirannie è antica e attraversa le epoche con analogie evidenti. Oggi l’affermazione dei neonazisti in Sassonia fa risorgere un volto feroce che speravamo seppellito per sempre, e analoghi fantasmi neonazisti e neofascisti si agitano altrove in Europa, Italia compresa.

Certi successi elettorali hanno, come contraltare, una sconfitta di quei principi e valori della democrazia che troppo spesso si sono ritenuti ormai pienamente affermati e solidi. Per questo necessita una riflessione autocritica forte di chi è stato sconfitto o rischia di esserlo.

Ho sempre pensato che certi estremismi si affermino in primis per un riflesso umano: le paure, che spingono alla ricerca di protezione da parte di chi grida più forte ed estremizza le soluzioni. Penso che due fattori alimentino il consenso alle destre radicali: l’insicurezza fisica quotidiana e la sensazione di un fenomeno migratorio percepito come fuori controllo.

Molte analisi illustri dicono che il totalitarismo non nasce quasi mai come imposizione dall’alto su una popolazione riluttante, ma come risposta - spesso maggioritaria e persino entusiasta - a una condizione di paura diffusa e di smarrimento collettivo.

Lo psicoanalista tedesco Erich Fromm, esule negli Stati Uniti dopo l’ascesa del nazismo, dedicò il suo saggio più celebre proprio a questo paradosso: come mai milioni di persone, messe di fronte alla libertà conquistata dalla modernità, scelgono di consegnarla volontariamente a un capo dominante? Fromm sosteneva che la libertà moderna, privando l’individuo delle vecchie certezze comunitarie e religiose, produce un senso di isolamento e impotenza difficile da sopportare. Di fronte a questo vuoto, una parte della popolazione preferisce l’obbedienza autoritaria, che promette protezione e appartenenza, alla responsabilità angosciante della scelta autonoma.

Hannah Arendt individuò un meccanismo complementare: i regimi totalitari attecchiscono dove le persone sono state private dei legami sociali intermedi — famiglie allargate, associazioni, comunità di appartenenza — e ridotte a una massa di individui isolati e intercambiabili. Così il movimento totalitario può presentarsi come unica fonte di senso e di identità collettiva, offrendo a chi si sente superfluo un posto e uno scopo, per quanto illusori o distruttivi.

Umberto Eco, nel celebre saggio sul fascismo, provò a isolare i tratti ricorrenti che permettono a un fascismo di riemergere in forme diverse da quella storica del Ventennio: il culto della tradizione, il rifiuto del pensiero critico, la paura della differenza, l’appello a una maggioranza frustrata, l’ossessione per il complotto, il machismo, il disprezzo per i deboli e la retorica populista che pretende di parlare direttamente “in nome del popolo” contro le élite. Secondo Eco, questi elementi non richiedono di presentarsi tutti insieme né in forma coerente: basta che alcuni di essi si combinino perché il nucleo autoritario possa ricostituirsi attorno a essi, anche sotto etichette nuove.

In tempi più recenti, lo storico Timothy Snyder, ha ricordato come le democrazie non muoiano quasi mai per un colpo di stato improvviso, ma per erosione progressiva, spesso con il consenso attivo o la passività di cittadini convinti che “da noi non potrebbe succedere”. Snyder insiste sul ruolo della memoria storica come anticorpo.

Steven Levitsky e Daniel Ziblatt hanno mostrato con dati comparati come oggi le derive autoritarie avvengano quasi sempre per via elettorale e non per rottura violenta: leader eletti regolarmente che poi smantellano dall’interno i contrappesi istituzionali, la stampa libera e l’indipendenza della magistratura, sfruttando proprio le regole della democrazia per indebolirla.

Zygmunt Bauman ha collegato la paura del migrante alla più ampia “liquidità” delle società contemporanee: quando il lavoro, i legami sociali e persino l’identità nazionale appaiono instabili, lo straniero diventa il bersaglio concreto su cui scaricare un’ansia che in realtà ha origini molto più diffuse e meno tangibili. Bauman parlava di “paure derivate”: la paura reale, spesso legata a fenomeni di criminalità o degrado urbano circoscritti, viene amplificata e generalizzata fino a diventare panico verso un’intera categoria di persone.

Insomma, la combinazione di insicurezza fisica e ansia migratoria funziona così efficacemente per le destre radicali perché offre insieme un nemico visibile e riconoscibile e una promessa di ripristino dell’ordine.

Il punto più scomodo, e insieme più utile, di queste analisi è che raramente attribuiscono l’ascesa degli estremismi soltanto alla malvagità o all’irrazionalità di chi li vota.

Purtroppo i regimi autoritari non sono anomalie estranee alla democrazia, ma possibilità sempre latenti al suo interno, pronte a riattivarsi ogni volta che la paura prevale sulla fiducia reciproca e il senso di comunità si sgretola.

La vigilanza democratica, allora, non è solo un esercizio di memoria storica, ma un lavoro quotidiano di ricostruzione dei legami sociali e di ascolto delle insicurezze che, se lasciate senza risposta, cercano altrove - spesso a favore dei peggiori - la protezione che la democrazia non è riuscita ad offrire.