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13 set 2026

La vendetta è un piatto che non ordino

di Luciano Caveri

Non sono mai stato vendicativo e pare che abbia - così mi dicono gli amici e pure mia moglie - una tendenza a archiviare con facilità certi torti subiti.

Non che non li abbia capiti e che non li abbia stampati nella memoria, avendone collezionati nella mia vita, pur ad un livello di diversa intensità. Non ho mai pensato, tuttavia, alla vendetta, che pure si dice che dovrebbe ”essere un piatto che va servito freddo”. Però ho avuto il piacere - constatando la bontà di due motti - come ”il tempo sia galantuomo” e che ”chi la fa l’aspetti”.

Che sia il karma o il boomerang, scegliete voi.

Vale certo la pena di guardare da vicino questa parola ”vendetta” che da secoli fa parte del linguaggio umano, del diritto, della religione e della letteratura. "Vendetta" arriva all’italiano dal latino vindicta, participio del verbo vindicare (rivendicare, reclamare, punire). Alla radice di tutto sta vindex, termine giuridico romano arcaico che indicava in origine il garante processuale, colui che si faceva carico dei rischi legali al posto di un altro. Una figura per certi versi opposta al vendicatore che immaginiamo oggi, più vicina a un difensore che a un giustiziere.

Curiosamente, nel diritto romano vindicta indicava anche la bacchetta con cui si toccava il capo di uno schiavo durante il rito di affrancamento (manumissio vindicta): il gesto che lo dichiarava libero davanti a un magistrato. La parola nasce dunque legata all'idea di liberazione e rivendicazione di un diritto, prima ancora che a quella di ritorsione violenta. Sull'origine più profonda i linguisti si dividono e non mi infilo nella complicata tenzone e cambio scenario. In italiano vendetta è parola attestata intorno al 1300. Già in Dante e Boccaccio il senso è quello attuale: soddisfare un torto colpendo chi l’ha fatto. Quello criminologico, come faida familiare, vendetta mafiosa, vendetta trasversale, si precisa nell’Ottocento e nel Novecento, ma non sostituisce il significato più antico

Fatemi però aprire una parentesi local. Nella tradizione popolare valdostana esiste il secret (pronunciato alla francese, o nel patois locale), un'antica pratica di medicina popolare e spirituale che nulla ha a che vedere con la vendetta o con pratiche di stampo malefico. Si tratta della recitazione sottovoce di formule, preghiere o invocazioni tramandate,,spesso all'interno di famiglie o per linee di trasmissione precise, allo scopo di alleviare disturbi fisici lievi o piccoli traumi, sia negli uomini sia negli animali: scottature, emorragie, storte, spaventi. Il secret appartiene a un filone molto più ampio di medicina popolare alpina ed europea, che affianca (senza volersi sostituire) la medicina ufficiale, e che condivide con altre tradizioni la componente rituale della parola detta a bassa voce, quasi sussurrata, come veicolo di un'energia curativa più che di una minaccia. È dunque l'esatto opposto della logica di ritorsione che la parola "vendetta" porta con sé: non punisce, non colpisce, non reclama un torto e cerca di guarire. Tuttavia, poiché certe pratiche servivano a togliere forme di pratiche negative testimoniate anche nei processi contro la stregoneria, è evidente che esistevano anche usanze popolari vendicative e persecutorie (esiste la parola in patois feusecca, che indica l’uso della magia), cui in tutta evidenza si poteva rispondere anche con dei secret.

La dottrina cattolica ha un rapporto netto e per nulla ambiguo con la vendetta privata: la condanna. Nella Lettera ai Romani si legge l'ammonimento a non farsi giustizia da sé, lasciando spazio all'ira divina, perché "a me la vendetta, io darò la retribuzione", dice il Signore. Il messaggio, già presente nell’antico Testamento, è chiaro: la vendetta, se esiste, appartiene a Dio, non all'uomo. Nel Vangelo di Matteo, Gesù spinge questo principio oltre la semplice astensione, invitando a porgere l'altra guancia e a rispondere al male con il bene, superando la logica retributiva della lex talionis ("occhio per occhio, dente per dente"), presente nel Levitico. C'è però un aspetto meno noto: la teologia morale cattolica parla anche di "peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio": un'espressione tradizionale che designa alcune colpe gravissime (l'omicidio volontario, i peccati contro natura, l'oppressione dei poveri, la frode sul salario dei lavoratori) la cui gravità è tale da "invocare" essa stessa una giustizia superiore. Insomma, la sproporzione del male commesso, che reclama risposta divina. Il perdono resta comunque, nella dottrina cattolica, l'orizzonte proprio della carità cristiana, contrapposto sia alla vendetta privata sia a un'idea puramente punitiva di giustizia.

Tra l'etimologia che lega vendetta e giustizia, la dottrina cattolica che la sottrae all'uomo per affidarla a Dio e i moniti dei tanti filosofi che la descrivono come una forma di prigionia interiore più che di liberazione, resta un filo comune: la vendetta, in ogni tradizione, è vista come qualcosa da cui allontanarsi, non da coltivare. Dimenticare con facilità i torti subiti, più che un difetto di memoria, potrebbe essere proprio quella forma di libertà che la parola stessa, nella sua radice più antica, prometteva.

Strano percorso linguistico, che ci deve far riflettere. Come può farci riflettere un’antica tragedia greca di Euripide, Medea. La vendetta di Medea sul tradimento di Giasone arriva all’estremo: uccide i propri figli per infliggere il massimo dolore. L’atto è vittoria e rovina insieme. Non c’è sollievo, solo desolazione.

Modernamente spicca Alexandre Dumas con Il conte di Montecristo. È il grande romanzo della vendetta “riuscita”. Edmond Dantès punisce i colpevoli con precisione. Ma Dumas mostra anche il prezzo: vittime innocenti, vuoto interiore, e la consapevolezza che la giustizia umana non è quella divina. Il romanzo suggerisce che la vendetta gli ha restituito il potere, non la pace; la possibilità di una vita nuova arriva solo quando smette di esserne lo strumento.

Proprio così!