È un periodo, per chiunque segua la politica italiana, in cui la voglia di affrontare di petto certe polemiche cala drasticamente. Il livello del dibattito oscilla troppo spesso fra il pollaio e il wrestling, e astenersi diventa quasi un esercizio salutare. Ma ci sono episodi che non si possono lasciar correre, perché non riguardano una battuta infelice: riguardano il modo in cui si maneggiano le parole e la Storia.
Il 14 settembre 2026, alla Festa dell'Unità di Reggio Emilia, prima dell'intervento di Elly Schlein, Virginia Libero — 28 anni, segretaria nazionale dei Giovani Democratici — ha pronunciato una frase destinata a far discutere: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi. Perché noi organizzeremo i disertori. […] Per noi parlare di patria vuol dire ripudiare la guerra».
La platea ha applaudito. Dentro il Pd, però, la reazione è stata immediata e spaccata in due. Dall'area riformista sono arrivati attacchi netti: Giorgio Gori ha richiamato i partigiani e i soldati alleati caduti in Italia, oltre all'articolo 52 della Costituzione, che definisce la difesa della patria «sacro dovere del cittadino»; Sandra Zampa ha bollato come «ripugnante» l'idea di rivendicare la diserzione in positivo; Franco Bassanini si è spinto a chiedere se possa guidare i Giovani Democratici chi propone un obiettivo «chiaramente incostituzionale». Sul fronte opposto, la Libero (che non è una ragazzina) ha precisato di non riferirsi all'Ucraina, anzi, di stare «dalla parte di Kiev» e di condannare Putin.
Mentre i suoi difensori, da Orfini a Boldrini a Scotto, hanno richiamato l'articolo 11 della Costituzione («L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa...») e ricordato che molti partigiani furono, tecnicamente, disertori o renitenti rispetto alla Repubblica di Salò.
Ed è qui che casca l'asino, perché il nodo non è un equivoco da poco. L'articolo 11 vieta la guerra di aggressione e l'uso bellico come strumento di politica internazionale. L'articolo 52 impone il dovere di difendere la Repubblica. I due principi convivono dalla nascita della Costituzione: l'Italia ripudia la guerra offensiva, non la difesa legittima. Usare l'articolo 11 per trasformare la diserzione in virtù collettiva, o per affermare che «patria» equivalga sempre e comunque a «ripudiare la guerra», è una lettura selettiva del testo costituzionale. La Carta non organizza i disertori: vieta di aggredire e chiede di difendersi se aggrediti.
C'è poi un terzo tassello, spesso dimenticato in queste polemiche: la stessa Costituzione non si limita a fissare diritti e doveri interni, ma vincola l'Italia anche sul piano internazionale. L'articolo 10 stabilisce che l'ordinamento giuridico italiano «si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute». E lo stesso articolo 11, oltre a ripudiare la guerra offensiva, prosegue affermando che l'Italia «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni» e favorisce «le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo». È la base costituzionale su cui poggiano l'adesione all'ONU, alla NATO e ai trattati di difesa collettiva sottoscritti dall'Italia: impegni che comportano doveri precisi, non ultimo quello di concorrere, insieme agli alleati, alla difesa comune in caso di aggressione ed è stato usato per quelle che sono state chiamate nel mondo - spesso come foglia di fico - ”missioni di pace” dei…militari. Anche questo capitolo della Costituzione andrebbe letto per intero, prima di invocarne solo la parte che fa comodo a un applauso.
Perché "disertore" non è un termine neutro, malleabile secondo convenienza retorica. Viene dal latino desertor, derivato di deserere: abbandonare, lasciare indietro. Dallo stesso ceppo discendono "deserto" — il luogo abbandonato — e, in italiano, "disertare". La parola è attestata nella nostra lingua almeno dal primo Cinquecento, e il suo significato primo, da secoli, resta militare: il soldato che lascia il reparto senza autorizzazione, o che non vi fa ritorno. Per estensione, indica chi abbandona un incarico, un partito, una causa. I sinonimi storici non sono lusinghieri: traditore, fuggiasco, transfuga, rinnegato, apostata. Nella lingua comune e nel diritto penale militare, la diserzione non coincide con l'obiezione di coscienza. L'obiettore rifiuta le armi prima, dentro un quadro legale riconosciuto; il disertore abbandona dopo aver già assunto un vincolo, lasciando chi resta nel posto che anche lui avrebbe dovuto tenere. Per questo, in quasi tutte le culture militari e civili europee, la parola porta con sé un'idea di slealtà verso i compagni, non solo verso "lo Stato" astratto.
Si può, anzi si deve, discutere caso per caso se una diserzione sia stata moralmente giusta: quella dall'esercito di Salò, quella da un'aggressione illegale, quella da un regime criminale sono situazioni storicamente e moralmente diverse tra loro. Ma questo non trasforma il disertore in figura positiva in sé.
Quando si dice «organizzeremo i disertori», si prende una parola nata per indicare l'abbandono del proprio posto e la si eleva a programma politico. È proprio questo scarto — dal peso negativo secolare all'uso celebrativo — ad aver acceso la polemica, più ancora della sola citazione dell'articolo 11.
Il punto, alla fine, non è schierarsi per l'una o l'altra area del Pd, né riaprire per l'ennesima volta la disputa fra articolo 11 e articolo 52. Le parole in politica non sono materiale usa e getta da lanciare per strappare un applauso a effetto. Un comizietto costruito per far scattare la platea in piedi, senza soppesare il significato profondo — storico, giuridico, morale — dei termini che si scelgono, non è coraggio politico: è demagogia. E una demagogia particolarmente povera, perché tradisce non solo superficialità retorica ma una conoscenza approssimativa della Storia, di quella Costituzione che pure si cita a proprio uso e consumo, e del peso specifico che certe parole, come "disertore", si portano dietro da secoli. Chi fa politica dovrebbe saperlo prima di aprire bocca, non scoprirlo dopo, nella bufera delle polemiche.