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06 ott 2026

Non sono disordinato, è cluttercore

di Luciano Caveri

Ogni tanto mi chiedo in cosa, con gli anni, io sia migliorato almeno un pochino. La risposta onesta è: nel disordine. Ritengo, infatti, di meritare qualcosa più della sufficienza, pur con il limite insito in un’autovalutazione.

Ricordo le baruffe con mia mamma e il caos epico della mia prima esperienza fuori dalla casa di famiglia. Poi, spinto all'inizio da chi si è trovato nel tempo a sopportarmi nella vita in comune, ho imparato a dare un certo ordine dove non ce n'era. Scelta confortevole, lo ammetto, che fa stare meglio con gli altri.

Sul lavoro, invece, ho un metodo: elenchi, appunti, documenti che rispondono a una logica tutta mia. Dall'esterno sembra caos. Io lo trovo, ahimè, improntato ad una logica cartesiana a modo mio e non c’è niente di peggio di chi “mette in ordine” la mia scrivania. Così capita che non mi ci raccapezzo più!

Fino a ieri era una tesi difficile quella di difendere il mio apparente scompiglio . Oggi ho un alleato: un anglicismo, che si somma alle molte espressioni che infarciscono ormai l’italiano. Il cluttercore - questa la parolina utile - è un'estetica di interior design nata negli anni Venti di questo secolo e cresciuta a colpi di video, come reazione al minimalismo che toglie invece tutto il superfluo.

Il nome unisce clutter (disordine, ciarpame) al suffisso -core, traducibile tipo “estetica del disordine organizzato”. Il principio: mettere al centro le tue cose. Pareti fitte di cornici, piatti e poster; mensole traboccanti; libri impilati; statuette in gruppo; souvenir, cimeli d'infanzia, pezzi da mercatino, collezioni improbabili (globi di neve, vinili). Il tutto a strati, con tappeti sopra i tappeti e oggetti davanti ad altri oggetti, perché lo sguardo continui a scoprire dettagli. Una casa come un piccolo museo della propria vita. Un accumulo che si evidenzia bene nelle case di chi pervicacemente non butta mai quel che ormai è superfluo.

Attenzione, però, a scanso di equivoci cluttercore non significa lasciare in giro bollette, panni sporchi, ammennicoli vari. I designer parlano precisamente di caos organizzato: raggruppamenti ragionati, oggetti valutati, un po' di spazio vuoto perché l'insieme non diventi rumore visivo (se non si esagera con l’accumulo).

Ed eccoci al nodo della questione. La battuta "non sono disordinato, è cluttercore" è nata praticamente insieme al termine, tanto che Dictionary.com la cita come esempio d'uso colloquiale. Funziona per due motivi: il nome contiene già clutter, e a chi ama il vuoto come premessa all’ordine questo stile sembra caos.

Chi ne scrive sul serio non fa sconti. Gli esperti di architettura spiegano che non è un lasciapassare per riempire il piano cucina di carte e borse e che mai dovrebbe dare l'impressione di una casa in disordine.

La distinzione sarebbe concepita come segue. Cluttercore, insieme di tanti oggetti scelti, raggruppati, puliti ed esposti. Sul tavolo ci sono souvenir e libri. Disordine vero, insieme di cose senza posto, sporcizia, accumulo che nessuno guarda più, superfici inutilizzabili e resti vari in giro.

Quanto a me, il mio metodo cartesiano ha ancora qualche pila da giustificare, e temo che nessun anglicismo basterà. Ma almeno ho imparato la lezione: la differenza non la fa il nome che diamo alle cose, la fa l'intenzione. Il cluttercore non è un permesso di non riordinare. È, semmai, il contrario: la prova che anche il disordine, per essere bello, richiede parecchio ordine.