Me la regalarono da bambino e ricordo ancora il fascino di quella freccia che si agitava e poi si fermava, ostinata, sempre nella stessa direzione.
Oggi una bussola ce l'ho sul telefonino e perfino sull'orologio, dove capita che salti fuori quando mi muovo goffamente sullo schermo. Non la uso mai. I navigatori satellitari, a volte ingannevoli ma indubbiamente più performanti, hanno seppellito le vecchie cartine e, con loro, anche l'ago magnetico.
Eppure la bussola resta. Sopravvive come immagine, scolpita in quel "non bisogna perdere la bussola" che fa da ponte tra passato e presente. È uno di quei casi in cui l'oggetto muore e la metafora prospera.
Mai come oggi l'espressione sembra calzante. Viviamo in un mondo confuso, in cerca di strade da imboccare, e la democrazia, che per decenni è parsa il modello vincente, oggi soffre le pene dell'inferno. Non è solo questione di autocrazie che avanzano: è la sfiducia che cresce dentro le democrazie stesse, la distanza tra cittadini e istituzioni.
Poi c'è la politica italiana, dove la nebbia è fitta e una bussola servirebbe eccome. Ammesso che l'ago, indicando una direzione, indichi quella giusta: una bussola impazzita è peggio di nessuna bussola.
Il guaio, a ben vedere, non è nuovo. Giovanni Sartori, il maggior politologo italiano, vedeva nell'Italia un caso di "pluralismo polarizzato": molti partiti, alcuni antisistema, un enorme divario ideologico tra estrema destra ed estrema sinistra e forti spinte centrifughe. Il meccanismo era semplice e perverso: le forze ai due estremi avevano interesse a distinguersi avanzando proposte sempre più radicali, tanto con poche probabilità di doverle realizzare. Il centro, stretto in mezzo, ne usciva eroso, e il risultato era l'immobilismo.
Poi arrivò il 1994, e molti pensarono che il bipolarismo avrebbe guarito il malato. Non è andata così. Secondo lo studioso Giuseppe Ieraci, l'Italia è passata dal pluralismo polarizzato (1948-1992) a un bipolarismo polarizzato, in vigore dalle elezioni del 1994. Cambiano i protagonisti e le sigle, non il difetto di fondo: due poli che si guardano da lontanissimo, e un centro che piace a tutti a parole ma viene poi tirato per la giacchetta dalle ali e diventa inconsistente.
Sartori, che il bipolarismo lo voleva sano e non lo ha mai trovato tale, fu spietato su quello nostrano. Sul Corriere della Sera del 30 aprile 2005 lo definì un «bipolarismo demenziale fondato su coalizioni millepiedi». Due anni dopo, il 20 luglio 2007, tornò sul tema spiegando che da noi ogni polo è «un fortilizio chiuso in se stesso», mentre nelle altre democrazie il bipolarismo è flessibile e aperto alle soluzioni allargate. Fortilizi, appunto: e dentro i fortilizi i toni si alzano, le identità si irrigidiscono, i programmi si sbiadiscono. Chi vota fatica a capire che cosa ottiene scegliendo una parte piuttosto che l'altra.
Una sorta di Giano bifronte che in più rischia di marginalizzare i partiti autonomisti come l’Union Valdôtaine, per esempio, che nasce da una cultura politica che non si lascia ricondurre facilmente allo schema destra-sinistra e che rivendica un’autonoma collocazione in funzione di una specificità territoriale, culturale e istituzionale. In generale, comunque, la polarizzazione tende a svuotare l'area di centro.
Non a caso in tanti, direi in troppi, si rifugiano nell'astensionismo. Non è sempre disinteresse o pigrizia: spesso è disorientamento. Quegli elettori non vedono una direzione comprensibile, non trovano un'indicazione definita sulla bussola. E quando l'ago gira a vuoto, la reazione più naturale è smettere di guardarlo.
Forse è questo il punto. La bussola non ci dice dove vogliamo arrivare, quello spetta a noi. Serve a tenere ferma una direzione mentre tutto intorno si muove. Alla politica chiediamo proprio questo: un Nord magnetico riconoscibile, coerente, credibile. Finché non lo ritroverà, continueremo a trafficare goffamente sullo schermo, sperando che l'ago si fermi e permetta di capire.