Ricordo bene i giorni dell'alluvione dell'ottobre 2000, evocati in questi giorni e ho negli occhi certi scenari catastrofici di allora. Ero deputato della Valle d'Aosta e in contemporanea parlamentare europeo e vissi quel periodo drammatico come tutti i valdostani: prima la paura per ciò che stava accadendo, poi il dolore per gli eventi. Sono sentimenti che non si cancellano e chi ha una responsabilità pubblica vive con un peso in più, perché sa che dopo lo smarrimento arriva il momento in cui ci si aspetta una risposta.
La mia risposta passò da Roma. In quel periodo lavorai a Montecitorio sulla decretazione d'urgenza, con la consapevolezza che la solidarietà, per diventare aiuto vero, deve avere tempi rapidi e strumenti solidi. Una comunità ferita non ha bisogno solo di parole di vicinanza. Ha bisogno di sapere che le strade verranno riaperte, che le case saranno ricostruite, che qualcuno si prenderà carico di ciò che da sola non può sostenere. Ho imparato quanto contano la rapidità e la concretezza nei momenti peggiori. Anche se, con onestà, certe risposte rapide, oltreché da certi aiuti dallo Stato, derivarono dalla forza di essere una Regione autonoma!
Altre calamità c'erano state prima di allora, e minacce analoghe sono arrivate dopo. Ogni volta abbiamo ritrovato le stesse immagini: i torrenti che si gonfiano, i versanti che cedono, la fatica di chi spala il fango e la dignità di chi ricomincia, la partecipazione ai lutti. Vivere in montagna significa convivere con la forza della Natura. L'abbiamo sempre saputo, e la nostra storia è fatta anche di questo rapporto, di rispetto e di sapienza antica.
Oggi quel rapporto si fa più complicato, perché il riscaldamento globale agisce rapidamente sull'ambiente alpino. Le proiezioni disponibili sono chiare. Molti ghiacciai sotto i 3.000-3.500 metri potrebbero scomparire entro la metà del secolo, e anche giganti come il Miage sul Monte Bianco sono destinati a ridursi in modo drastico. La neve naturale è attesa in calo, con le stazioni di media quota che rischiano di perdere molte giornate sciabili. Il permafrost si scongela e i versanti diventano meno stabili: più frane, più crolli, più piene improvvise. Sono scenari costruiti su dati reali e su segnali che vediamo già con i nostri occhi, anno dopo anno.
Esiste un modo sbagliato di guardare a tutto questo ed è la logica distopica. Consiste nel prendere i trend peggiori e spingerli fino alle conseguenze estreme con una Valle con un degrado ambientale, uno svuotamento sociale e un collasso del modello di vita attuale. Come esercizio intellettuale ha un valore, perché funziona da campanello d'allarme. Ma se diventa l'unica narrazione, produce paralisi e rassegnazione e la rassegnazione è il contrario di una strategia. Sceglie solo il ramo peggiore e dimentica la capacità di adattamento, gli investimenti già in corso, la competenza di chi lavora ogni giorno su questi temi.
Per questo credo che del cambiamento climatico si debba parlare, e farlo senza toni che creino ansia. Ma si deve anche evitare l'errore opposto, quello di minimizzare, o di rinviare in attesa che i fenomeni colpiscano. Purtroppo è prevedibile che colpiranno, e ciò che possiamo scegliere è se trovarci pronti oppure no. L'esperienza di chi ha vissuto le emergenze insegna che prevenire costa meno che ricostruire e, soprattutto, salva vite.
Che cosa significa, allora, non farsi cogliere impreparati? Bisogna curare il territorio con continuità a tutela dei versanti, torrenti e opere di difesa vanno mantenuti ogni anno, non solo dopo l'emergenza. Per chi favoleggia su Alpi senza presidio umano, vale il contrario. Le valli laterali che si spopolano perdono le persone che vigilano e curano il territorio. Con una popolazione che per via della crisi demografica (cui si somma una popolazione molto anziana) le proiezioni vedono scendere verso i 110.000 abitanti nel 2050, tenere vive le comunità di montagna senza concentrazioni nel fondovalle è anche una politica di sicurezza. Servono carte del rischio aggiornate, un'urbanistica che non dimentichi le lezioni del passato, sistemi di allerta efficaci e cittadini che sappiano cosa fare quando suona l'allarme. Con ghiacciai che arretrano ed estati più secche la tutela della risorsa acqua sarà una delle grandi sfide, per l'energia, per l'agricoltura, per il turismo.
Una valle che poggia molto su neve e idroelettrico deve ben programmare scelte e investimenti senza catastrofismi dei soliti noti, alcuni dei quali immaginano logiche pauperistiche e modelli bislacchi. Bisogna puntare sulla qualità, su di una economia diversificata e sull'innovazione: non è una moda ma una forma di assicurazione.
La Valle d'Aosta ha gli strumenti per farlo. Ha e deve tenersi stretta la sua Autonomia, che significa poter decidere con la conoscenza diretta del territorio che solo chi lo abita possiede. Non mancano riflessioni sulle strategie di adattamento, ci sono ricercatori e tecnici di valore, esiste una profonda cultura della montagna. Quello che serve è la volontà di trasformare queste risorse in scelte coerenti e costanti, anche quando non portano consenso immediato, perché la prevenzione, per natura, non fa notizia.
Il futuro della nostra Valle non è scritto. Dipende da quanto sapremo trasformare la consapevolezza dei problemi appena evidenziati attraverso un modello resiliente e rispettoso di ciò che abbiamo la fortuna di avere. Lo dobbiamo a chi verrà dopo di noi.