Utilizziamo i cookie per personalizzare i contenuti e analizzare il nostro traffico. Si prega di decidere se si è disposti ad accettare i cookie dal nostro sito Web.
22 gen 2026

Topolino e il patois

di Luciano Caveri

La notizia, nella sua essenzialità, mi aveva colpito: Topolino celebra le lingue minoritarie e i dialetti italiani con edizioni speciali che propongono una storia a fumetti tradotta in diverse varietà linguistiche regionali, come romanesco, bolognese, genovese, francoprovenzale valdostano, barese, veneziano, milanese, siciliano, campano e toscano, in occasione della Giornata nazionale del dialetto, per valorizzare la ricchezza linguistica del Paese. 

Il francoprovenzale è una lingua romanza autonoma che si è localizzata lungo l’asse Lione-Ginevra, avendo dunque una diffusione vasta e transfrontaliera che nell’attuale Italia interessa la Valle d’Aosta e vallate piemontesi con varianti differenziate e localizzate.

Nel caso valdostano, la lingua resta viva e, non essendo stata compresa nello Statuto di autonomia in vigore (che oltre al bilinguismo francese italiano cita le parlate germanofone dei walser), ha avuto un riconoscimento - e me ne ascrivo il merito - come lingua storica riconosciuta nella legge italiana 482 del 1999. In Valle la lingua la chiamiamo ”patois” in senso positivo e non dispregiativo come avviene spesso in francese.

Il celebre giornalino decise tempo fa di aprire uno spazio per lingue e dialetti. Lo ricorda in un suo scritto il Professor Riccardo Regis, che insegna linguistica italiana presso l’ Università di Torino: ”Quando ad aprile 2024 ricevo da un mittente a me ignoto, Francesca Pavone, una mail con l’oggetto “[TOPOLINO]: storia a fumetti in dialetto”, penso a un messaggio promozionale. Da appassionato lettore di fumetti disneyani, ricordavo che, nel lontano 1983, era uscita la traduzione latina di un episodio di ambientazione paperopolese (Donaldus Anas atque nox saraceni): date le difficoltà insite nella trasposizione da una lingua moderna a una lingua classica, è la mia prima reazione, perché stupirsi di una storia a fumetti in dialetto? Apro dunque, molto incuriosito, il messaggio di posta elettronica, scoprendo che non si tratta di una pubblicità, ma di una richiesta di collaborazione che la redazione di Topolino mi sta indirizzando. Detto molto in breve, l’idea è quella di avere più versioni di uno stesso numero di Topolino, con una storia tradotta in diversi dialetti e poi distribuita in modo puntuale nei vari territori, sfruttando il pretesto della Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali (che, istituita nel 2013 dall’Unione Nazionale Pro Loco d’Italia, si celebra il 17 gennaio). Qualora avessi accettato, il mio ruolo all’interno del progetto sarebbe stato quello di coordinatore: colui, insomma, che avrebbe dovuto rispondere delle scelte compiute, alcune delle quali – come vedremo – non facilissime. Senza nemmeno rifletterci, decido di offrire la mia disponibilità”.

Rubo, a questo punto, un pezzo di una articolo dello storico e giornalista Joseph Rivolin, pubblicato sull’ottimo sito Nos Alpes diretto da Enrico Martial, traducendolo dal francese. Si racconta dell’episodio in francoprovenzale distribuito e subito esaurito nell’ultimo numero di Topolino.

Ecco il brano: ”L'esperto designato per la versione in patois è il sig. Fabio Armand, di Saint-Nicolas, dottore di ricerca in Scienze del linguaggio e in Scienze psicologiche e antropologiche, Professore associato presso l'Università Cattolica di Lione in antropologia biologica, etnologia, preistoria, lingue, letterature e culture africane, asiatiche e di altre aree linguistiche, profondo conoscitore delle lingue minoritarie e autore di numerosi studi riguardanti sia l'ambito linguistico francoprovenzale che la cultura delle regioni himalayane.

Il lavoro di traduzione è stato lungo e metodico. Poiché i diversi dialetti francoprovenzali della Valle d'Aosta, della Svizzera romanda, della regione Alvernia-Rodano-Alpi e del Piemonte non hanno mai espresso una lingua unitaria, si trattava di scegliere la variante locale e la grafia da utilizzare.

La scelta è caduta sul patois "dei dintorni di Aosta", già adottato dall'abate Jean-Baptiste Cerlogne, e sulla grafia che egli utilizzò per il suo "Dictionnaire du patois valdôtain" del 1907, ripresa da Aimé Chenal e Raymond Vautherin nel loro "Nouveau dictionnaire de patois valdôtain" del 1997: una scelta "classica", legittimata dalla tradizione letteraria, che garantisce la migliore comprensione a livello regionale.

Nella versione valdostana, Paperino è diventato Papereun, Paperon de' Paperoni Paperon di Grou Canar e Paperopoli Canarveulla.

In un'intervista concessa al quotidiano "La Stampa" dell'11 gennaio, il Professor Armand ha sottolineato l'interesse socioculturale dell'uso del patois in un contesto insolito come il fumetto: "il problema – ha dichiarato – è che si considera il francoprovenzale come capace di esprimere solo il mondo agricolo. Il nostro lavoro di ricercatori dimostra al contrario che si tratta di una lingua viva. La difficoltà consiste nel dover tradurre parole che non si usano in francoprovenzale": da qui la necessità di ricorrere a neologismi e a prestiti lessicali, come in tutte le altre lingue che si sono adattate ed evolute. "Testi come questo, ha aggiunto il Professor Armand, permettono di rivolgersi a un pubblico giovane, e non solo, perché ognuno di noi, immagino, ha letto una storia di 'Topolino' nella propria vita".

Aggiungo solo che Papereun è ovviamente un adattamento fonetico di Paperino, che Paperon di Grou Canar evoca il papero in patois e che Canarveulla unisce canar (anatra/papero) con veulla (città/centro abitato), per tradurre Paperopoli.

Trovo l’operazione di Topolino interessante e preciso che nella mia infanzia sono stato un appassionato lettore e i miei figli regolarmente abbonati!