Nella mia vita mi è capitato talvolta di pagare il prezzo del ”parlar chiaro”. Quanto non sempre fa parte del linguaggio politico.
Luigi Einaudi, celebre economista, prestato alla politica, che fu Presidente della Repubblica, annotava non a caso: “Nessuna cosa è tanto odiata dai politici quanto il parlar chiaro”.
Mi riconosco in controtendenza in questa dote/difetto della franchezza, parola che trovo sottostimata.
La parola deriva direttamente da “franco” (con il suffisso -ezza, che indica qualità o stato), e significa schiettezza, sincerità, lealtà nel parlare e nell’agire.
Per l’etimologia viene dal francone (lingua dei Franchi, popolo germanico che conquistò gran parte della Gallia nel V-VI secolo) e più esattamente viene da ”frank”, che significava “libero” e si ritrova anche nel nome di battesimo “Franco”.
Il termine passò in italiano medievale con il senso di: libero (da tasse, obblighi, vincoli), da cui “zona franca” (termine assai discusso in Valle d’Aosta…), “lettera affrancata”, “farla franca”. Ma significa anche, sincero, leale, perché chi è “libero” parla apertamente, senza timori o servilismi.
Non si può non citare un celebre verso si trova nel Canto XVII del Paradiso, quando Dante incontra il suo antenato Cacciaguida. È un momento cruciale: Dante riceve una sorta di “investitura” come poeta che dirà la verità, anche se scomoda. Vediamo il passo con precisione: “Rimossa ogni menzogna, tutta tua vision fa manifesta; e lascia pur grattar dov’è la rogna”.
Insomma, elimina ogni falsità, non edulcorare nulla. Racconta apertamente tutto ciò che hai visto nel viaggio (Inferno, Purgatorio, Paradiso). Mentre lo stupendo ”e lascia pur grattar dov’è la rogna” chiarisce che lascia che si grattino quelli che si sentono colpiti (la “rogna” - in uso comune come espressione - è una malattia della pelle che prude).
In pratica: chi ha la coscienza sporca si sentirà punto sul vivo. Ne ho visti molti nei miei percorsi, disabituati a chi dice ”pane e pane e vino al vino”, come si afferma con un motto popolare.
Dire la verità anche quando è scomoda, come descritta da Fëdor Dostoevskij, in I fratelli Karamazov: ” Soprattutto, non mentire a te stesso. L’uomo che mente a se stesso e ascolta la propria menzogna arriva al punto di non distinguere più la verità né dentro di sé né attorno a sé, e così perde il rispetto per sé e per gli altri. Non rispettando più nessuno, smette di amare; e, per non avere più né amore né rispetto, si abbandona alle passioni e ai piaceri più bassi, e finisce col comportarsi come una bestia per soddisfare i suoi vizi — e tutto questo deriva dal mentire continuamente, agli altri e a se stesso”.
Ne ho visti molti in azione e con diverse sfaccettature: chi sfrontato nel mentire, chi adulatore per convenienza, chi bugiardi per indole o conformismo.
Alessandro Manzoni, nei I Promessi Sposi (la celebre riflessione sulla “colonna infame”), lo sintetizzava in modo secco: ”Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”.
George Orwell lo diceva altrimenti con medesima efficacia: ”Dire la verità in tempi di inganno universale è un atto rivoluzionario”.
Adattò a certo ambiente politico che frequentai una poesia di Trilussa sulla sincerità, intitolata “La sincerità ne li comizzi” (sui comizi politici). È una satira pungente e attualissima sulla retorica vuota.
”Er deputato, a dilla fra de noi,/
ar comizio ciagnede controvoja,
tanto ch’a me me disse: — Oh Dio che noja! —
Me lo disse: è verissimo, ma poi
sai come principiò? Dice: — È con gioja che vengo, o cittadini in mezzo a voi,
per onorà li martiri e l’eroi, vittime der pontefice e der boja! —
E, lì, rimise fòra l’ideali, li schiavi, li tiranni, le catene,
li re, li preti, l’anticlericali…
Eppoi parlò de li principî sui: e allora pianse. Pianse così bene
che quasi ce credeva puro lui!”