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16 mag 2026

Il tempo, la memoria e ciò che resta di noi

di Luciano Caveri

Quando si invecchia e in fondo nella vita si invecchia sempre, essendo un’implacabile progressione, si capisce il valore del tempo.

Dice bene William Shakespeare: "Il tempo è molto lento per coloro che aspettano, molto rapido per coloro che hanno paura, molto lungo per coloro che soffrono, molto breve per coloro che gioiscono; ma per coloro che amano, il tempo è eternità".

Cosi gli anni avanzano in questo mondo che con il tempo ha uno strano rapporto, lui resta sempre lo stesso a scandire i momenti che trascorrono, mentre noi cambiamo nelle trasformazioni che Orazio riassumeva nel famoso detto "Carpe diem, quam minimum credula postero" (Cogli l'attimo, confidando il meno possibile nel domani).

Oggi con un’aspettativa di vita che in molti Paesi, soprattutto in Occidente, supera gli 80 anni (contro i 40-50 di un secolo fa), le fasi della vita si sono moltiplicate e allungate. L’adolescenza dura più a lungo, la “giovinezza” si estende fino ai 35-40 anni, la vecchiaia inizia sempre più tardi. È come se ci protendessimo come esseri umani sempre più avanti.

L’altro giorno, nell’immaginare una legge, nella discussione si fissava la giovinezza in un’orizzonte che un tempo sarebbe stato mediamente l’ultimo tratto della vita ed io - a capire di essere vecchio - mi dolgo della definizione che è invece giusta per chi si avvia verso i 68 anni!

Le tappe tradizionali — studio, lavoro, famiglia, pensione, morte — si sono dilatate e mescolate e sul palcoscenico dell’esistenza ci sono ormai delle confusioni fra tappe di chi cresce troppo in fretta e giovanilismi ormai scaduti.

Con più anni davanti, le scelte (carriera, relazioni, stile di vita) diventano più reversibili ma anche più ansiogene. C’è più tempo per cambiare, ma anche più paura di sbagliare, sapendo quanto nel cammino da percorrere ci siano le trappole del destino. Paradossalmente, più vita abbiamo, meno ci sembra di averne. L’accelerazione tecnologica e la sovrabbondanza di stimoli rendono il tempo soggettivamente più rapido.

Le generazioni convivono più a lungo. Nonni, figli e nipoti condividono decenni di vita adulta insieme, cosa storicamente rara, che crea nuove dinamiche.

C’è una contraddizione interessante: da un lato abbiamo più tempo biologico, dall’altro la società moderna crea una sensazione di mancanza di tempo. Il filosofo Byung-Chul Han parla di una “società della stanchezza” in cui l’accelerazione annulla la qualità del tempo vissuto.

Mio papà, che ha vissuto 86 anni, al limitare della vita osservava anche il vuoto delle persone amate e di quelle gli erano state amiche. La longevità porta con sé una forma di lutto che le generazioni passate, con vite più brevi, conoscevano in modo diverso.

Chi arriva a 80-90 anni spesso si ritrova a sopravvivere a fratelli, amici d’infanzia, partner, a volte persino a figli. Non è solo tristezza per la singola perdita, è lo smantellamento progressivo di un mondo condiviso, di un insieme di memorie che solo quelle persone custodivano insieme a te. Quando muore un amico di lunga data, muore anche una parte della tua storia. Già oggi io avverto in certi momenti le tristi assenze di chi non c’è più

Nel suo libro ”La Vieillesse”, Simone de Beauvoir affronta questo tema con la precisione clinica e la profondità filosofica che la contraddistinguono: "I morti sono i soli testimoni che non si possono ricomprare, né intimidire, né convincere: sono loro che custodiscono il senso della nostra vita passata. Finché vivono le persone che ci sono state vicine, il nostro passato non è ancora del tutto un oggetto; esse lo conservano come una realtà vivente. Ma a poco a poco i testimoni scompaiono: restiamo soli a sapere ciò che siamo stati, e allora ci sentiamo prigionieri della nostra stessa immagine, senza più nessuno che possa confermarla o smentirla”.