Seguo con interesse e curiosità il Papato di Leone XIV. Per la prima volta il Pontefice è un mio coetaneo, visto che ha solo tre anni più di me.
Robert Francis Prevost è il primo Papa che viene dagli Stati Uniti ed è il primo agostiniano. Mi limito a ricordare che gli agostiniani rappresentano un modello di equilibrio tra contemplazione (interiorità e studio) e azione (missione, carità e unità), ispirato al pensiero di sant’Agostino (“Ama e fa’ ciò che vuoi”).
Mi pare che sia destinato sulla distanza a lasciare un segno profondo in un Chiesa affollata dalla rigidità di un modello istituzionale secolare di fronte a un mondo che viaggia a una velocità diversa. La sfida non è solo resistere al calo numerico delle vocazioni , ma capire se questa fragilità possa diventare l'occasione per ridefinire la propria presenza nel tessuto sociale contemporaneo.
Vengo ad un tema concreto. Aldo Cazzullo sul Corriere ha scritto in questi giorni: “L’emigrazione incontrollata e massiccia è una delle grandi questioni del nostro tempo, è sicuramente quella che più determina l’orientamento elettorale degli europei. Se nel Paese della libertà e della tolleranza, l’olanda, da tempo il primo partito — seppure fuori dal governo — è quello di estrema destra, se nella Francia dei lumi e della fraternità minaccia di vincere le elezioni Marine Le Pen o peggio Jordan Bardella, se in Germania una forza anti antinazista sta per andare al governo nei Länder dell’est e minaccia di andare all’assalto pure della cancelleria di Berlino, se pure nella Spagna vaccinata dal franchismo risorge la destra radicale, se nel Regno Unito laburisti e conservatori che hanno dominato per oltre un secolo la politica si eclissano a vantaggio di Farage, all’evidenza la questione esiste. Hanno un bel dire gli economisti che senza immigrati si ferma l’economia e nessuno ci pagherà la pensione. Certo che è così. È vero che affidiamo agli emigrati le persone a noi più care, i nostri bambini e i nostri anziani. È vero pure che gli immigrati fanno molti lavori che gli europei non vogliono più fare. Tuttavia queste giuste considerazioni non risolvono il senso di allarme, non tanto di sostituzione etnica quanto di dumping sociale, che l’emigrazione incontrollata e massiccia rappresenta. È ipocrita negare che molti di questi immigrati sono di fede islamica: non ho dubbi che la stragrande maggioranza sia qui per costruire un futuro migliore per sé e per la propria famiglia, ma a volte sono portatori di una cultura diversa dalla nostra che non riconosce la più importante delle conquiste della cultura occidentale del Novecento, sia pure ancora incompiuta: la libertà e la dignità della donna. Ed è ipocrita negare che l’arrivo incontrollato e massiccio di immigrati comprime i diritti e i salari delle classi popolari, innesca una vera e propria guerra tra poveri per il letto in ospedale, la casa, il posto all’asilo nido, la coda al pronto soccorso. E la questione della sicurezza riguarda in particolare i quartieri popolari, che non a caso sono passati da sinistra a destra, preferibilmente alla destra estrema. Negarlo in nome di un’irenica idea di fratellanza non aiuta a risolvere il problema e non fa che alimentare la destra estrema, che a mio avviso non è la risposta, ma la cui forza continua a crescere”.
Poche ore prima in Spagna il Papa concludeva una sua visita fortemente dedicata - e non a caso - all’emigrazione e questo dimostra come, con sapienza, sappia annusare l’aria dei tempi con ormai evidente diffidenza verso gli estremismi.
Vorrei proporre qualche virgolettato di quanto ha detto sul tema cardine dell’integrazione e assieme dell’accoglienza. ”Ogni società che accoglie - dice il Papa - ha dei doveri nei confronti di chi arriva; e chi è accolto scopre a sua volta che la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri. Così, chi è arrivato come straniero può ritrovare legami, ricostruire fiducia e sentirsi parte viva di una comunità. Questa è una preziosa forma di misericordia”.
”A voi, cari fratelli migranti – ha proseguito il Pontefice – spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni”.
E ancora Leone XIV sull’integrazione: “Non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria. Non significa nemmeno creare mondi paralleli, chiusi gli uni agli altri, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente. Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro”.
Sull’accoglienza, oltre a deprecare le stragi in mare e condannare con decisione i ”trafficanti di esseri umani” che promettono ”paradisi facili”, ha aggiunto che la “coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente di fronte alle vittime dei naufragi e alla mancanza di soccorso, di fronte ai cimiteri del mare. Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: ritrovarsi soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio”.
Riflessioni utili, che ho riassunto, valide per credenti e non credenti sempre - mi permetto di sottolineare - contro i nefasti opposti estremismi.