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14 set 2026

Le parole perdute

di Luciano Caveri

Ci sono giorni in cui mi mancano le parole. Sembrerà strano a chi mi segue con costanza o di tanto in tanto, perché in questo mio spazio macino ormai da tanti anni un fiume di parole, seguendo dove mi portano i miei pensieri.

Riesco a tenere il ritmo quotidiano con una certa disciplina e lo faccio soprattutto per me stesso, convinto che l’esercizio sia una salutare ginnastica mentale. So che il mio è talvolta un divagare, passando da temi così distanti a causa del fatto banale che la quotidianità non ha un fil rouge. Passare di palo in frasca è un destino umano perché mai le cose sono sotto controllo e irrompono nella nostra vita situazioni inaspettate e non possiamo sempre controllare gli eventi.

Ora, perché mi capita di questi tempi di non trovare certe parole, come se una parte del mio vocabolario fosse scolorito? Sono colpito, ammutolito, vittima della pagina bianca su cui non riesco a scrivere per la dose enorme e apparentemente crescente della violenza piccola e grande che ci attornia. Guerre, omicidi, stupri, accoltellamenti, risse… I puntini di sospensione vogliono dare il senso della presenza fra noi di una specie di orrenda enciclopedia fatta appunto di pviolenze che crescono attorno a noi e invadono l’informazione nel gioco drammatico di una cronaca nera che dilaga con un effetto eco che mostra il peggio del giornalismo.

Ma se fosse solo questo si potrebbe scegliere un salutare e anche cinico isolamento. Ma questa violenza proteiforme invade spazi vicini e non solo fatti remoti e sotto forme che dovrebbero costringerci, infine, ad un’abitudine. Come si dice: a farci il callo.

Invece, per quel che mi riguarda, non penso che ci si debba assuefare, ma — come dicevo all’inizio — finisco per perdere le parole per una forma di dolore che mi ammutolisce per un senso di impotenza.

Non sono il primo a inciampare in questo silenzio, e forse è consolante saperlo. C’è una tradizione intera di autori che hanno provato la stessa afasia davanti all’orrore, e le loro parole — quelle che alla fine hanno trovato — possono aiutarmi a capire meglio la mia difficoltà a trovarle.

Primo Levi apre "Se questo è un uomo" con la consapevolezza che il linguaggio ordinario non basta a restituire l’esperienza del male estremo: le parole comuni, diceva, mancano per dire certe cose. È lo stesso scarto che sento io, in scala minuscola e quotidiana: la lingua di tutti i giorni non è tarata per contenere il flusso ininterrotto di notizie di sangue che ci raggiunge ogni mattina.

Hannah Arendt ha coniato un’espressione diventata proverbiale, la “banalità del male”, proprio per descrivere come la violenza estrema possa annidarsi non nei mostri ma nella routine amministrativa di persone comuni. È un’idea che mi torna in mente ogni volta che scorro una notizia di cronaca nera scritta con lo stesso tono neutro con cui si racconta il meteo: la banalizzazione del linguaggio giornalistico rischia di essere essa stessa una forma di banalizzazione del male.

Susan Sontag, in ”Davanti al dolore degli altri", ha messo in guardia da un effetto perverso della sovraesposizione alle immagini di sofferenza: più ne vediamo, meno reagiamo, e la ripetizione rischia di anestetizzare proprio ciò che dovrebbe scuoterci. È esattamente il meccanismo che temo e che rifiuto: l’“effetto eco” di cui parlavo, quella cronaca nera che dilaga, produce assuefazione non perché la violenza sia meno grave, ma perché la sua rappresentazione si consuma come le altre merci dell’informazione.

Simone Weil distingueva con precisione chirurgica la sofferenza (souffrance) dall’afflizione vera e propria (malheur): quest’ultima, diceva, non è solo dolore fisico o morale, ma qualcosa che raggiunge l’anima e la marchia, spesso in modo silenzioso e invisibile agli occhi di chi guarda da fuori. Forse è questo che provo: non il dolore diretto — non sono io la vittima — ma una specie di afflizione per procura, che mi tocca senza che io abbia il diritto di rivendicarla come mia.

Elias Canetti, in ”Massa e potere”, ha indagato a fondo come la violenza collettiva si nutra di dinamiche di gruppo che superano la responsabilità del singolo: la folla, la massa, dissolvono la coscienza individuale in un impulso comune. Guardando risse, aggressioni, episodi di violenza urbana che si moltiplicano, ritrovo quella stessa logica: non più il male di un singolo, ma un contagio collettivo che si autoalimenta.

E allora, se tanti prima di me - e certo così autorevoli da neppur pensare a una comparazione - hanno attraversato lo stesso senso perdita della parola, forse la risposta non è smettere di scrivere ma continuare a scrivere proprio a partire da quel vuoto. Albert Camus, in tempi di peste — reale o metaforica — non chiedeva parole eroiche, ma la testimonianza onesta di chi resta, di chi non si volta dall’altra parte.

Forse è questo il compito: non trovare parole nuove e definitive per la violenza che ci circonda, ma continuare a cercarle, anche a vuoto, anche balbettando o stentando a scriverle.