”Le montagne sono le stesse di sempre. E anche le valli. Le case di legno sono ancora lì, i campanacci delle mucche continuano a risuonare, le cascate compiono i loro balzi dalle pareti rocciose.Ma qualcosa è cambiato, per sempre. Le vette alpine si disgelano, il suolo artico emette il carbonio conservato da millenni, i torrenti si tingono di ruggine, dai ghiacciai nascono laghi e i villaggi sprofondano nel fango. Abbiamo tutti gli strumenti per misurare ciò che succede. Possiamo lanciare allarmi, evacuare, contenere e mettere in sicurezza. Siamo più preparati che mai“.
Così Christof Gertsch sullo svizzero Das Magazin in cui racconta come un Paese alpino esemplare affronti il cambiamento climatico. Finisce per essere un manifesto in poche righe, mentre nel resto dell’articolo affronta il problema del permafrost.
Molti ne hanno sentito parlare e personalmente credo che sia utile capire bene di che cosa si stia parlando, trattandosi di un esempio significativo di quanto sta avvenendo.
La parola permafrost fu coniata nel 1943 dall’ingegnere e geologo americano Siemon William Muller. È una contrazione dell’espressione inglese permanently frozen ground (“suolo permanentemente gelato”) e comparve per la prima volta nel rapporto tecnico Permafrost or Permanently Frozen Ground and Related Engineering Problems, redatto per l’U.S. Geological Survey durante la Seconda guerra mondiale per supportare la progettazione di infrastrutture nelle regioni artiche, in particolare in Alaska.
Tema, per altro di inquietante attualità geopolitiche, come si è capito dagli appetiti di Trump sulla Groenlandia.
Il fenomeno era ovviamente noto ben prima del 1943, perché i popoli indigeni delle regioni artiche convivevano con esso da millenni, mentre gli esploratori russi lo studiavano già dal XVIII secolo, chiamandolo “вечная мерзлота” (vechnaya merzlota, letteralmente “gelo eterno”), termine ancora usato in russo. Non a caso la Siberia diventò il principale laboratorio naturale per il suo studio, data la vastità delle zone interessate (circa il 65% del territorio russo è permafrost).
Dopo la pubblicazione di Muller, il termine inglese permafrost fu adottato rapidamente dalla comunità scientifica internazionale e oggi è usato universalmente in quasi tutte le lingue, incluso l’italiano.
Il permafrost svolge un ruolo biologico, climatico e geologico assolutamente fondamentale per l'equilibrio del pianeta, anche se in fondo resta qualcosa di misterioso per i non addetti ai lavori.
Per millenni, resti di piante e animali sono rimasti intrappolati nel terreno ghiacciato senza decomporrsi. Si stima che il permafrost trattenga oltre il doppio del carbonio attualmente presente nell'atmosfera.
Finché resta congelato, questo carbonio rimane innocuo. Se si scioglie, i microbi iniziano a decomporre la materia organica, rilasciando enormi quantità di anidride carbonica (CO2 ) e metano (CH4 ), accelerando drasticamente il riscaldamento globale.
Nelle regioni artiche e sulle alte vette alpine - tema caro a chi è valdostano e guarda al riscaldamento globale che agisce sulle Alpi il ghiaccio all'interno del permafrost agisce come un collante. Trattiene le rocce tra loro, previene il dissesto idrogeologico, i crolli intere pareti rocciose e le frane ad alta quota.
Il permafrost nella Valle d’Aosta (e nelle Alpi in generale) si trova principalmente negli ambienti di alta montagna, sopra i 2500 m di quota circa, con distribuzione discontinua e maggiore continuità alle quote più elevate.
Dipende dunque dalla esposizione, dalla pendenza, dalla copertura nevosa e tipo di terreno (roccia, detrito) Sui versanti sud esposti al sole è più alto (fino a 2800-3000 m o oltre), mentre sui versanti nord o in zone ombreggiate può scendere più in basso.
Sopra i 2800-3000 m diventa più diffuso e spesso “probabile” secondo modelli come PERMACLIM usati da ARPA Valle d’Aosta, che consento monitoraggio e previsioni. Alle quote più elevate (oltre 3500-4000 m, come sul Monte Bianco o Cervino) è presente in modo più continuo, soprattutto in pareti rocciose nord e rock glaciers.
La Valle d’Aosta, essendo la regione più alta d’Italia e gareggia in Europa, ha una notevole estensione di aree potenzialmente interessate dal permafrost, soprattutto nelle testate delle vallate (Valtournenche, Val d’Ayas, Val Ferret, ecc.) e nei massicci del Monte Bianco, Cervino e Gran Paradiso.
Il permafrost è sensibile al riscaldamento globale: si sta degradando (riscaldamento dello strato attivo e risalita del limite inferiore), con rischi di instabilità di versanti, crolli e impatti su infrastrutture (rifugi, impianti sciistici). Eventi estremi come le estati calde del in corso anche in questo periodo hanno accelerato i fenomeni.
ARPA Valle d’Aosta (sezione criosfera) e Fondazione Montagna Sicura sono un presidio per la Valle d’Aosta e un esempio di bontà scientifica sulle Alpi.
Il ruolo della politica a livello locale non può sostituirsi ma solo integrare le decisioni globali che i grandi della Terra stentano ad assumere.
Resta essenziale però informare le popolazioni, dare norme di comportamento specie in caso di emergenza e soprattutto, adoperando le conoscenze in progress, sviluppare politiche concrete per reagire bene agli impatti economici, sociali e sanitari sui territori e soprattutto sulle comunità che vi abitano.
Senza allarmismi ma con strumenti di prevenzione e pianificazione per evitare rischi che si trasformino in problemi seri, se non in tragedie.