Anticipazioni

La liberalizzazione è una strana bestia. La logica buona è quella di dire: ogni laccio e lacciuolo che impedisce la libera concorrenza non consente al mercato di autoregolarsi e questo crea rendite di posizione e costi crescenti. La logica cattiva ci obbliga ad osservare: se non fissiamo regole chi opera nel mercato può essere una carogna e approfittarsene e certi principi di eguaglianza se l’unico riferimento è il denaro vanno a farsi benedire. In pillole è il mio pensiero.
Ciò detto credo che sia bene fissare qualche paletto ulteriore che si aggiunga al dettagliato elenco governativo. Sono in grado di anticiparvi alcune misure che figureranno nel secondo decreto sulle liberalizzazioni.
Nel settore agricolo contro lo strapotere dei pomodori rossi, segno tra l’altro di un orientamento politico poco consono con un Governo tecnico, è prevista un’ovvia differenzazione cromatica. L’intera gamma di colori è oggi imposta ai produttori per consentire al consumatore maggiore libertà di scelta.
La lobby dei produttori delle “turche” è riuscita ad imporre un codicillo che obbliga a prevedere in tutte le case e soprattutto negli uffici, a fianco all’ormai tradizionale WC, anche il più sano e spartano gabinetto di una volta con l’evidente vantaggio, vista la scomodità della posizione, di non perdere tempo.
La riapertura delle “case chiuse”, contenuta nel provvedimento, sarà accompagnata da misure di fiscalità intelligente che graduerà l’applicazione dell’IVA a seconda delle prestazioni richieste dal cliente e dalla nascita di un’apposita Commissione a Palazzo Chigi che dovrà occuparsi della trasposizione nel diritto interno del Kamasutra.
La liberalizzazione delle professioni colpisce anche i maestri di sci e dunque chiunque potrà insegnare sulle piste di sci senza particolari esami. All’obiezione che potrebbe insegnare anche chi non sa sciare, il Governo ha prontamente risposto che ci penserà la mano invisibile del mercato o anche l’incazzatura del cliente beffato.
Dopo aver consentito il cioccolato senza cacao e il burro senza latte, si affermano nuove regole per una piena liberalizzazione dei prodotti: dal 1 gennaio del 2013 – in una logica di par condicio - il pangasio potrà fregiarsi del nome “branzino” e – in ossequio alle pari opportunità – al pollo si affiancherà la polla, già gallina. Interessante l’obbligo di etichettatura sugli involtini primavera nei ristoranti cinesi.
Essenziale è anche il sondaggio via Internet previsto dal Governo “telematico” per scegliere quale frase di Totò apporre nei luoghi pubblici. Si va dalla demagogica “A proposito di politica…ci sarebbe qualcosa da mangiare?” all’interessante (in Valle) “E’ sempre meglio un vigliacco vivo che un eroe morto, soprattutto se il vigliacco sono io”. Altre due le scelte: “Quel che ho detto ho detto. E qui lo nego!” oppure “Io non so se l’erba campa e il cavallo cresce, ma bisogna avere fiducia!”
Ridere per non piangere.

Un "caso" di cui si parla

Un'evocativa pubblicità della Bcc valdostanaChi ha un diario pubblico non può tirarsi indietro e far finta di niente di fronte a notizie significative, malgrado la difficoltà di trattarle "a caldo".
Capisco che "il silenzio è d'oro", ma ad avere un blog si stipula nel tempo un rapporto con i lettori che non può essere inquinato da "convenienze".
Mi riferisco al "caso Lavoyer", dal nome dell'assessore alle Finanze della nostra Regione autonoma citato in un rapporto in seguito ad un'ispezione della "Banca d'Italia" sul funzionamento della "Bcc" (di cui, per altro, sono socio e questo aumenta l'interesse). La lente d'ingrandimento avrebbe riguardato movimento bancari e fidi suoi e del suo entourage.
So che i giornalisti - mi riferisco a chi non si limita alle "veline" - già qualche giorno fa avevano chiesto all'interessato delucidazioni che pare non fossero state date.
Capisco quanto il ruolo della stampa (con un compito "rivelatore" in questo caso dell'Ansa per prima e poi de "La Stampa") sia per chi fa politica una scomoda "spada di Damocle", ma ho sempre considerato quello del giornalista il mio vero mestiere e trovo che l'informazione giochi un ruolo fondamentale in democrazia. Per questo quando ho avuto ruoli di responsabilità in politica non mi sono mai sottratto ai colleghi e il mio telefono era per loro sempre acceso. E a loro ho sempre detto "pane al pane e vino al vino".
Così come da giornalista, anche quando trattai questioni difficilissime tipo "affaire Casinò", ho sempre cercato di farlo distinguendo con esattezza la ricostruzione dei fatti dai miei commenti personali. Questa distinzione mi pare proprio che mancasse nel ben noto articolo sul "Il Sole - 24 Ore" di cui tanto si discute in queste ore.
Vedremo ora quali spiegazioni verranno date della vicenda perché è necessario conoscere fatti e circostanze. Per quel che mi riguarda è importante l'aspetto politico, perché il resto non mi compete.

Nel ricordo di Sandro

Mio papà Sandro quando era stata internatoHo già raccontato di aver portato i miei figli ad Auschwitz, posto terribilmente evocativo come possono essere i luoghi della Storia, dove sembrano essere rimasti stagnanti il dolore e la disperazione che lì sono stati vissuti. Come se ci fossero ancora dei fantasmi o delle "presenze": è uno dei pochi casi d'irrazionale che mi convince.
Trovo che certe visite, che ho organizzato anche all'epoca della Presidenza con giovani studenti valdostani, siano salutari come antidoto contro ogni forma di simpatia per i totalitarismi di qualunque colore essi siano. Lo preciso perché non sono mai caduto nel giochino di chi, se sottolinei l'orrore della Shoah, per sdrammatizzare certe vicende tira in ballo tutte le altre stragi di ogni epoca e nei diversi orizzonti.
Verissimo, sono tutte deprecabili, ma l'Olocausto ha caratteristiche singolari che ne accentuano la "spaventosità" e lo pongono come una pietra miliare in negativo di come l'umanità sappia cadere in basso, strisciando in un fango di violenza e cattiveria che lasciano stupefatti. Ci sono un sacco di buone letture su come nacque il progetto di sterminio, su come funzionassero queste "macchine di morte" e sulla vita non solo dei perseguitati ma anche dei persecutori, complici di un disegno mostruoso.
L'impatto emotivo, per i miei figli e anche per me, è enfatizzato dalla circostanza che il loro nonno, mio padre in quel campo di sterminio ci è stato per alcuni mesi, prima di finire in un campo di lavoro a Cracovia. Era stato deportato come militare italiano che non aveva giurato fedeltà al fascismo e vi assicuro che da allora la sua vita non è mai più stata la stessa, come se quel carico di mostruosità e paure se lo fosse portato sulla schiena.
Era partito, infilato nel vagone di un treno da Aosta, quando era poco più di un ragazzo (ma così coraggioso da accompagnare nei mesi prima gli ebrei in fuga in Svizzera) e tornò nella primavera di due anni dopo con un'esperienza nel cuore, riassumibile in una scelta. Al suo ritorno, infatti, lasciò gli studi in Legge («avevo visto che il diritto non esiste») per diventare veterinario.
Ma questo non servì a liberarlo da quegli stessi fantasmi di cui ho avvertito la presenza nei luoghi dove era stato prigioniero.

Sono davvero curioso

Francesco SannaHo già rimarcato come in questi anni la nostra autonomia speciale, al di là di dichiarazioni affettuose e logiche da parata, sia nel mirino dello Stato. Più si blaterava attorno al federalismo e più ci prendevamo delle batoste e ciò non riguarda solo l'aspetto più prosaico, cioè i soldi.
Solo due esempi. Il primo riguarda le norme d'attuazione dello Statuto, che sono il "motore" che rende dinamica la nostra autonomia. Non solo viviamo il paradosso di norme già varate dalla "Commissione Paritetica" che sono sparite e non vanno al Consiglio dei Ministri (la più importante riguarda l'ordinamento linguistico), ma ne abbiamo di vigenti che lo Stato - violando la Costituzione - non applica con un'inconcepibile scelta unilaterale (penso alla regionalizzazione del Catasto e al trasporto ferroviario: tutto fermo). Il secondo è la mancata concretizzazione di una promessa, fatta a destra come a sinistra, di inserire seriamente in Costituzione il principio dell'intesa per evitare modifiche non concordate degli Statuti speciali da parte del Parlamento nazionale. Un'assicurazione sulla vita per la "specialità", altrimenti soggetta in qualunque momento a rischi di sparire e questa è la fondamentale distinzione fra il federalismo "vero"  e il regionalismo italiano.
Un esempio illuminante arriva da un'Ansa di ieri da Cagliari. "Procede in Senato - si legge - l'iter dei disegni di legge costituzionale di riforma della composizione dei Consigli delle Regioni a statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Val d'Aosta). Completata oggi l'illustrazione dei provvedimenti da parte dei relatori, Francesco Sanna (Pd) e Ferruccio Saro (Pdl), la prossima settimana la commissione Affari Costituzionali inizierà una rapida indagine conoscitiva per poi passare alla discussione e preparare i testi per l'Aula".
Nel quadro fosco per le Regioni a Statuto speciale e le Province autonome, specie quelle del Nord, avanza - come fosse davvero una priorità - la logica della riduzione degli eletti, numero fermo a trentacinque nel caso valdostano dal 1948, quando la comunità era ancora più piccola di oggi. Ho scritto in passato che il tema non è un tabù, ma oggi sarebbe offensivo partire da questo punto senza un disegno vero di rispetto dell'autonomia speciale e delle sue prerogative.
Ma leggiamo ancora la notizia: ''abbiamo deciso di avviare l'indagine conoscitiva per consentire il più ampio regime di pubblicità all'audizione dei Consigli regionali - spiega Sanna - Insieme alle proposte di riforma della composizione dei Consigli provenienti dalle assemblee legislative regionali, ai pareri che esse rendono sui progetti di legge di iniziativa parlamentare, introduciamo un'ulteriore occasione di confronto diretto tra autonomie speciali e Parlamento. L'ampliamento della discussione - argomenta il senatore del Pd - è un modo di riaffermare la natura "pattizia" degli Statuti speciali, di fonti normative di rango costituzionale dove si realizza l'accordo sulle questioni fondamentali che legano e impegnano lo Stato e le Regioni. Penso che la trasparenza con la quale si arriverà a questo accordo andrà a vantaggio della condivisione della riforma dei Consigli regionali e non ne rallenterà il cammino in Parlamento''
Avendo il Consiglio Valle stabilito, con voto democratico, che il numero in questa fase non si tocca son curioso di vedere se la pratica sarà archiviata dal Senato o se sceglieranno di operare "manu militari".

La garrotta al collo

La terribile garrottaUn dovere della politica oggi in Valle è quello di comunicare la delicatezza del momento. La nostra finanza pubblica vive attimi complessi: i "tagli" al riparto fiscale con lo Stato erano una realtà ormai regolata dalle norme di attuazione, quando si è aggiunto l'inatteso "colpo di coda" del Governo Berlusconi, che già aveva costretto nel corso dell'approvazione della Finanziaria regionale 2012 a rinviare ad aprile una seconda fase della manovra per "tagliare" ancora una cinquantina di milioni di euro.
Poi è arrivata la manovra Monti: con il primo decreto legge, ormai convertito, ci sono ulteriori conseguenze, ad esempio dalla scelta di inasprire la fiscalità prevedendo che una parte delle entrate finiscano dritte filate nelle casse dello Stato con la motivazione del rientro dal debito pubblico. Un cambio delle regole in corsa, che viene alla fine giustificato dal solito refrain «siete troppo ricchi» e dall'evidente arrière-pensée che ritiene le autonomie speciali siano un anacronistico privilegio.
Esiste una campagna ben orchestrata in proposito che non va sottostimata e a cui dovrebbe corrispondere, come non mai, una posizione autonomista netta. Sicuramente bisogna trattare, ma - per favore - collochiamo con chiarezza l'Union Valdôtaine in una posizione libera rispetto a Popolo della Libertà e Partito Democratico, oggi uniti dall'insolito destino di essere alleati di governo e fa sorridere che spesso in Valle facciano i cani e i gatti.
Esemplare per capire questo clima di manifesta ostilità verso le Regioni a Statuto speciale è  la questione della revisione assai complessa della fiscalità sulla casa. Un autentico dedalo di norme che "spremerà" il cittadino e che, nel caso nostro, trasforma i Comuni in occhiuti gabellieri che devono applicare aliquote con scarsa possibilità di manovra e con il paradosso di denari che andranno a Roma con un meccanismo di prelievo ulteriore e punitivo per le autonomie speciali del Nord come tassa sulla tassa.
I nostri Comuni non a caso stanno tribolando a chiudere i bilanci e i cittadini tra breve "scopriranno" l'entità di una stangata i cui proventi andranno in larga parte altrove.
Il secondo decreto Monti sulle liberalizzazioni nasconderà di certo qualche ulteriore "perla" che colpirà le "speciali" nel mirino di uno Stato che ha deciso la tattica insidiosa del soffocamento. Una specie di garrota, usata pian piano per raggiungere il risultato. Quel che colpisce è l'uso fittizio e strumentale dell'Europa, delle sue politiche di stabilizzazione e degli obblighi di rientro dal deficit pubblico, adoperate per tagliare i soldi e per cancellare - in una logica di centralismo politico - le differenze nell'ordinamento giuridico.

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